martedì 30 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 5



A volte bastano poche parole, e le mie in questo caso potrebbero essere: ci voleva.

Ci voleva una serata, uno spettacolo, ed aggiungerei un sabato così: la Partenope di Leonardo Vinci ha riconsegnato all'ammirazione della città di Napoli una delle sue più belle figlie, in un panorama già ricco di capolavori, soprattutto coevi.

In realtà, più che figlia, di Napoli la Regina-Sirena sarebbe addirittura la Madre, per tutti i legami della città con uno dei suoi Miti principali, a partire dal corpo dell'uccello riemerso a Posillipo dopo essere stato vinto da Orfeo e da Ulisse, che diede il suo nome ad una nuova città, e di cui si sono trovate numerose testimonianze archeologiche, alla vergine greca figlia del re di Tessaglia, arrivata anch'ella a Posillipo alla guida di una colonia ellenica ver volontà degli dei, combattendo i fieri nemici Cumani ed imponendo il culto della verginità (in greco Partenope significa appunto “la vergine”).

La Vergine, dunque: è stato così che il Mito è sopravvisuto per secoli, con la sua naturale sovrapposizione al culto cristiano della Vergine Maria. Ed è con questo richiamo che nel medioevo si complicò ulteriormente il mito, quando lo stesso Virgilio, che qui da noi era considerato anche e forse soprattutto un Mago, fu chiamato (dal popolo, ma anche da Petrarca, nelle Egloghe) il “Parthenias”, cioè “il vergine”, fino ad essere perfino adottato come protettore degli omosessuali napoletani.

Della Vergine Partenope, almeno oggi abbiamo rivisto un volto che
chissà, magari ai più sarà sembrato familiare, me compreso, ma del quale avremo anche imparato a smarrire l'idea di poter allungare una mano per afferrarlo.

Di tutto questo va reso un ringraziamento per il lavoro preciso ed attento che ha permesso di riscoprire uno dei più grandi compositori della storia della musica europea, che lo stesso Handel, solo da ultimo, e solo come si direbbe oggi, plagiò in maniera massiccia: Leonardo Vinci. E questo lavoro porta la firma di Antonio Florio, direttore artistico del centro di musica Antica Pietà de' Turchini.

Ma Florio ed i Turchini sono una realtà di cui converrà parlare a parte, in una sede specifica, tanta è l'importanza del gioioso e brillante miracolo che si sono messi in testa di portare avanti, con la riscoperta di un patrimonio napoletano che per oltre due secoli è stato, nel mondo, uno dei maggiori punti di riferimento nella musica.

La splendida edizione del San Carlo, sotto la regia di Gustavo Tambascio, ha fatto conoscere la sua versione più storicistica possibile, e questo ha permesso di rivivere gesti, movenze, posture, discorsi, figure, attitudini e consuetudini assolutamente vicine all'originale settecentesco, proprio come se si fosse stati trasportati alla rappresentazione veneziana del 1725.

A volte mi chiedo se questa sia un'immagine di Napoli nostalgica o vetusta, ma dura poco... sono sempre più convinto di no, ed anzi penso che se la Vergine-Regina-Sirena fosse un po' più presente con il fiume di colori e di eleganza in mezzo ai nostri sabati, e producesse più sguardi soddisfatti come questi, avremmo solo di che guadagnarci. E molto.

lunedì 22 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia /4

















Dai sorrisi.

Comincerò dalla fine.

Ogni singola persona che ho guardato in faccia, durante e dopo gli applausi lunghissimi, aveva quel sorriso che viene da dentro, contagioso e leggero.

Ho fermato quell’istante, perchè mi piacerebbe che fosse un simbolo di ciò che si dovrebbe cercare in ogni teatro ed in ogni spettacolo.

È arrivato Le Carnaval Baroque, ed è arrivato volando alla stessa elevatissima altezza alla quale l’attendevo, sia per predilezione personale per il genere, sia per ammirazione verso Vincent Dumestre, ideatore de Le Poeme Harmonique, di cui già ebbi la fortuna di vedere il Cadmus et Hermione nella straordinaria Opéra Comique di Parigi, in una edizione che fu amata anche per essere stata la prima tragedia lirica di Jean-Baptiste Lully messa in scena dai tempi di Atys.

Dumestre sarà stato particolarmente felice di questa riuscita, perché se è vero che l’Opéra Comique mi sembra proprio la casa ideale per questo barocco e per la sua ricerca musicale, è anche vero che il San Carlo si è presentato ad accoglierlo come uno dei posti più belli, dedicati, intensi e prestigiosi che il mondo possa offrire, come era ieri e come è ancora oggi, perchè si è realizzata quell’atmosfera perfetta fra un pubblico incantato ed uno spettacolo così raro, per l’abilità di artisti tanto singolarmente bravi quanto coralmente coordinati.

Quando due acrobati o due mimi “tengono” da soli un teatro per così tanti minuti, unicamente con una corda oppure un semplice fiammifero, il migliore commento che mi viene sempre da fare è che l’arte ha sempre il suo punto più alto nel momento in cui ha saputo nascondere la sua sofisticata padronanza tecnica sotto l’apparente semplicità: è ciò che credo si sia sintetizzato con i molti moti di stupore ed alcune risa dei (numerosi) bambini presenti.

La forma del Carnevale, che nella Roma rappresentata durava dieci interi giorni, serve a Dumestre per non avere un filo conduttore, ed è proprio questo il senso più forte, quello di non aver senso se non nelle arti in sé stesse che si sovrappongono e spesso si accarezzano, si alternano e si presentano l’un l’altra, fra cantanti, danzatori, mimi, acrobati, funamboli e giocolieri, tutto sottolineato da un accompagnamento musicale integrato nel tutto anche fisicamente, con la presenza sul palcoscenico ed in mezzo ad alcune scenografie dei musicisti, e con strumenti che non si ascoltano facilmente dal vivo come i legni della tiorba, del basso di viola e del lirone.

Non capita facilmente una giornata così, e c’è poco da commentare, c’è solo da ringraziare e sperare che il San Carlo trovi molte altre magnifiche combinazioni come questa, fra sé stesso e le assi del suo palcoscenico, a cominciare dalla ormai imminente Partenope di Leonardo Vinci, prodotta dal Centro di Musica Antica Pietà de’ Turchini e diretta dallo stesso Antonio Florio, un altro appuntamento per il quale l’attesa è assolutamente altissima, ed è questione di giorni...

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Des sourires.

Je commencerai par la fin.

Chaque personne dont j’ai regardé le visage, pendant et après les longs applaudissements, avait ce sourire qui vient comme de l’intérieur, un sourire contagieux et léger. J’ai arrêté cet instant, et j’aimerais qu’il soit comme un symbole de ce qu'on doit chercher dans chaque théâtre et dans chaque spectacle.

Il est arrivé le Carnaval Baroque, et il est arrivé à cette hauteur même à laquelle je l'attendais, tant par prédilection personnelle pour le genre, que pour mon admiration pour Vincent Dumestre, le créateur et directeur de l’ensemble «Le Poème Harmonique», dont j’avais déjà eu la chance d’admirer Cadmus et Hermione au merveilleuse Opéra Comique de Paris, dans une version devenue célèbre pour avoir été la première tragédie lyrique de Jean-Baptiste Lully mise en scène aux temps d'Atys.

Je crois que Dumestre sera particulièrement satisfait de cette réussite, parce que s'il est vrai que l'Opéra Comique me semble à proprement parler l’endroit idéal pour cette forme de Baroque et pour sa recherche musicale, le théâtre San Carlo c'est révélé comme un des plus beaux endroits pour l'accueillir, un des plus intenses, un des plus prestigieux que le monde puisse offrir.

Ainsi il en était hier, ainsi il en est aujourd'hui en particulier quand se réalise cette atmosphère parfaite, cette entente fusionnelle entre un public enchanté et un spectacle d'une grande rareté autant pour la précision de sa direction que pour l’adresse d’artistes aussi remarquables à titre personnel, qu’admirablement dirigés.

Lorsque deux acrobates ou deux mimes réussissent à fasciner un théâtre autant de temps simplement avec une corde ou une allumette, le meilleur commentaire est encore de dire que l’art atteint son plus haut niveau au moment même où il a su cacher sa plus grande sophistication sous une apparente simplicité : c’est ce dont témoignent les nombreux mouvements
de stupeur et quelques-uns des rires des (nombreux) enfants présents.

La forme du Carnaval qui à Rome durait dix jours entiers, permet à Vincent Dumestre de ne pas avoir de fil conducteur, et c'est justement le sens le plus fort que celui de ne pas avoir de sens si ce n’est celui des arts eux mêmes qui se superposent, parfois se caressent, se rencontrent les un les autres, chanteurs, danseurs, mimes, acrobates, funambules, jongleurs le tout souligné par l’accompagnement musical, intégré physiquement à l’ensemble grâce à la présence sur la scène des musiciens, et grâce à des instruments qui ne se laissent pas écouter facilement «dal vivo» comme par exemple la théorbe, la basse de viole et le lirone.

Une telle journée n'arrive pas souvent, et en fait il y a peu à commenter. Il n'y aurait au fond qu'à remercier et espérer que le San Carlo ait beaucoup d'autres initiatives comme celle-ci. Ce qui d'ailleurs ne saurait manquer avec prochainement le fameux Partenope de Leonardo Vinci, produit par le Centre de Musique Ancienne Pietà dei Turchini et dirigé par Antonio Florio. C'est peu de dire que nous l'attendons tous avec une grande impatience et ce n’est plus désormais qu’une question de jours.



Je remercie pour la traduction Philippe Parichot et Viviana Limongi

Ringrazio per la traduzione Philippe Parichot et Viviana Limongi


sabato 20 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 3


"Un genio, prima di parlare, annusa".

Sarebbe facile affrontare il lavoro di Gaetano Ventriglia con uno sciabordio di citazioni e di rimandi che dal suo Shakespeare tracimasse nei dibattiti sul teatro contemporaneo, e senza dubbio i commenti che hanno cercato di interpretarlo in questo modo hanno colto aspetti condivisibili, soprattutto nella loro pars destruens: meglio essere perfino cairologici come Ascanio Celestini, quando dice che “Il più grande attore del ventunesimo secolo si chiama Gaetano Ventriglia. […] Tutto quello che è passato per il teatro negli ultimi 500 anni è morto”, piuttosto che dimenticare le forme odierne alquanto stantie degli spettacoli in serie, dei teatri sfarzosi e della mancanza di esseri umani vivi, mentre “all'estero il verbo recitare o interpretare quasi non esiste. Ti raccontano che si usa il verbo giocare”.

È stato il primo spettacolo del Fringe Festival E45 cui ho assistito, e senza dubbio farò il possibile per seguirlo molto di più: la forza di ciò che ha rappresentato Ventriglia… no, fatemelo chiamare Gaetano, è stata imponente, precisa ed irrompente.

Gaetano ha scritto questo Otello alzati e cammina, ospitato dal Fringe al Teatro Trianon Viviani, pensando ad uno Iago piuttosto inutile, sicuramente sopravvalutato dalla sua scrittura originale e dall’importanza che ha avuto nei secoli a venire: Iago è colui che scrive le cose, che interseca le strade della trama, che fa il lavoro sporco che oggi facciamo ormai un po’ tutti… ed invece Otello, ecco… l’Otello di Gaetano, quello sì che è vivo.

Vive in una baia di Cipro, vive nella sua metamorfosi eterodiretta ma non solo per questo meno colpevole, vive nella maschera di Gaetano che riesce a disegnare con le sue parole un distacco perfetto con Brabanzio, Iago, Cassio e Desdemona, ma anche una totale aderenza al suo cadere nella feroce e sgomentata scoperta del suo Io, sconvolgente prima e sconvolto poi.
Forse questo vuole Gaetano, dirci con Otello che non serve un cannocchiale per non vedere niente, se non c’è niente da vedere.

E lui non usa nessun cannocchiale. Perché il suo attore fa il tentativo di essere onesto, di togliere qualche veste elegantemente drappeggiata di rosso all’uomo, e di regalargli l’anima che da secoli non veniva più ricordata, la verità delle sue parole e dei suoi sentimenti; ed è una verità fatta della poesia che ognuno può ricordare di aver provato, nel suo parallelo di sofferenza e di libertà richiamate da Otello.

Sta anche in questo fermarsi nei tanti attimi il senso di ciò che si deve capire, espresso con parole da scolpire: “Un genio, prima di parlare, annusa.”
È per questo, che se fossi stato il tecnico del suono, appostato davanti al suo volto su cui venivano via via solcati tutti questi Segni, personalmente sarei rimasto paralizzato per qualche secondo, e non avrei saputo proprio cosa accostare al suo gesto ed al suo viso, nel momento in cui (per ben tre volte), GaetanOtello ha alzato il suo sguardo verso di lui, e con voce lentissima, molto evocativa, ha esclamato: “Una musica consona a me…


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Un intervallo alle parole dei palcoscenici è giunto a metà settimana con il Concerto dell'Orchestra del Teatro di San Carlo, direttore George Pehlivanian, oboe Giuseppe Romito, il cui programma esaltava un richiamo di quattro partiture intorno a Franz Joseph Haydn, ed è una scelta originale forse quella di aver previsto proprio il Concerto per oboe ed orchestra in Do maggiore come quello dell’austriaco, laddove oggi pare che la sua attribuzione sia stata messa in dubbio.

L’ordine dunque era:

Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia in do maggiore n.34 K338
Franz Joseph Haydn, Concerto per oboe ed orchestra
Johannes Brahms, Variazioni su un tema di Haydn op.56
Sergej Prokof’ev, Sinfonia n.1 "Classica" in re maggiore op.25

Non posso sottrarmi alla missione di adoratore mozartiano, né lo voglio, e dedico questo spazio al K338, che oltretutto mi aiuta ad arrivare al punto che ho avuto in mente per tutta la durata della serata, sin dalla prima nota ascoltata.

La scrittura risale all’agosto 1780, la terza del periodo salisburghese che va dalla fine dell’avventura parigina e la partenza per Monaco, ed è un momento nel quale riescono a confluire pressoché tutte le sue indoli: l’atto scherzoso se non buffonesco, la serietà e la profondità, così come l’allegria e la passione. Uno stato d’animo che non è solo una mirabile cascata di note, ma che come qui e come nelle successive Sinfonie, apre un intero mondo di visioni, ed una vastissima gamma di sensazioni al cuore.

Mozart riuscì a suonare questa Sinfonia, insieme con un Concerto per pianoforte, grazie al maestro Starzer, che lo inserì con grande insistenza nel programma del Teatro Carinziano in occasione di una giornata di beneficienza, ed in una sua lettera comunicò la gioia per l’accoglienza ricevuta con queste parole: “Hanno suonato 40 violini, ed i legni tutti doppi, 10 viole, 10 contrabbassi, 8 violoncelli e 6 fagotti! [..] Ieri posso dire di essere rimasto soddisfatto del pubblico viennese. Ho dovuto ricominciare da capo perché gli applausi non finivano mai. Ciò che mi ha maggiormente rallegrato e sorpreso è stato lo straordinario silenzio e le grida di “Bravo!” durante l’esecuzione […]”

Rammemoro questi legami con il suo tempo perché da una parte spero sempre di ritrovare quella energia e quell’entusiasmo, e la cerco ovunque risuonino le sue note, e dall’altra devo dire che di tanta esuberanza, e nonostante una esecuzione sempre mantenutasi ad un livello anche elevato, alla musica che abbiamo ascoltato stavolta è mancata una parte fondamentale: il cuore.

domenica 14 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 2


Giulio Cavalli sta in piedi (in senso letterale ma anche metaforico) per un’ora: e stare in piedi a parlare di ecologia, oggi significa affacciarsi quasi necessariamente dal palcoscenico di un teatro.
Non sfuggirà più a nessuno, infatti, che siamo arrivati al punto in cui, per parlare di quella che è forse la cosa più seria di cui si dovrebbe parlare ogni giorno nelle stanze dei bottoni, bisogna
andare quasi soltanto a teatro, e ad assistere allo spettacolo scritto da due artisti come Dario Fo e Franca Rame.
Ed è altrettanto chiaro che la colpa è nostra.
Nostra e della disabitudine cui ci siamo abituati, a voler sapere il mondo dove sta andando, e del vedere solo dove sta andando il mutuo o la strada che ci riporta a casa, magari con qualche buca in meno.
Per guardare oltre, Dario e Franca hanno affidato stavolta del Teatro Festival L'apocalisse rimandata ovvero Benvenuta catastrofe, messa in scena da un Giulio Cavalli che potrebbe stare anche appollaiato sul leggendario quanto inutile Speaker’s corner, nell’angolo nord-orientale di Hyde Park, per dare l’idea di quanto l’argomento sia ancora scandalosamente inascoltato da noi passanti.
Trovo sempre utile poi ricordarsi, come ha fatto Fo, della teoria del picco di Hubbert, che già nel 1956 inventò un modello che, guarda caso, si sta realizzando proprio in questi anni… e far presente anche che quel modello si esauriva nel 2020 con l’estinzione delle risorse petrolifere.
Così come è notevole l’aggancio giornalistico all’inchiesta sui rifiuti in Campania di Emiliano Fittipaldi pubblicata su "L'Espresso".
L’argomento in sé, ma soprattutto il suo stare in modo immanente eppure nascosto, in mezzo a noi ed alla nostra quotidianità, somiglia davvero tanto alla citata Barca dei folli di Bosch (datele uno sguardo qui): ci imbarchiamo, partiamo, andiamo, banchettiamo, cantiamo… e dove arriviamo?
È stato molto bello anche trovare un monologo accompagnato da una scena essenziale quanto curata nel disegno e negli accostamenti poetici della catastrofe, così come l’idea centrale della catastrofe stessa vista come salvezza: la natura che prima o poi si ribella e semplicemente rimette tutto a posto da sola, con un atto catartico che sarebbe, lo immagino così, come quando ci si danno alcuni piccoli colpi sdegnati sulla spalla, come per toglierci qualche fastidioso granello di polvere, e nulla più.



Poi scendiamo in uno dei miracoli del sottosuolo napoletano.
In via dell’Anticaglia, laddove fino a poco fa si entrava nei sotterranei attraverso una botola ricavata in uno dei bassi adiacenti, si sta recuperando un pezzo magnifico della Napoli imperiale: Il Teatro Antico di Napoli.
Come mi ha raccontato chi ha sempre abitato in uno dei palazzi del 600 che si affacciano sul Teatro, una volta lì c’era un giardino bellissimo con alberi di limoni ed aranci che profumavano tutto l’anno.. ed ora hanno scavato tutto per lasciare solo quelle pietre…
questa osservazione un po’ nostalgica ed un po’ no, mi ha restituito il senso preciso di tutta l’operazione messa in piedi dalla performance Il Teatro Sommerso, progetto ideato e realizzato da Ettore Massarese.
Partiamo dall’inizio, e l’inizio è l’ingresso di via S. Paolo, uno dei cuori nel cuore del centro storico.
Entriamo in un percorso che somiglia tanto alle Napoli sotterranee sparse un po’ ovunque, che sono il vero sotto dove il tempo altro vive, come ben ci dice Massarese, la faccia trainante, la cassa delle pulsazioni enormi nella quale la memoria del sottosuolo è molto più di una metafora, perché è
la poesia di un’archeologia urbana poetica ed inglobante.
E ciò che viene inglobato, qui dentro, insieme con il canto di Nerone che ne ha calcato le scene, sono sia le voci del passato, sia le voci del popolo che l'ha sommerso via via con le sovrapposizioni edilizie, visibili soprattutto qui con il 5oo, il 600 ed il 700.
Una meraviglia assoluta, ed un capolavoro di assorbimento ed assimilazione di cui Napoli è sempre maestra, nella gente e nelle pietre.
Gigi Savoia, Giovanna Capone Massarese, Vincenzo Merolla ed Hedy Caggiano, accompagnando i fortunati visitatori del sommerso, fanno attraversare nei secoli mille stili e richiami letterari-teatrali incrociati, contribuendo all’atmosfera perfettamente integrante di tutta l’invenzione, che riesce ad essere un ascolto attento delle voci che finalmente riemergono.



Gli orari consentono poi di spostarsi in un'altra splendida location, ovvero quella ricavata all’interno del Real Albergo dei Poveri in piazza Carlo III, per assistere alla serata in cui alla presenza del Presidente Napolitano, è stata messa in scena Le città visibili di Chay Yew.
Devo spendere il mio spazio per onorare una scenografia che il luogo rende magica, e per la centralità semovente della platea rispetto alle scene suddivise fra i corridoi enormi e senza fine, ovvero una di quelle soluzioni che desidererei sempre trovare in alternativa alla staticità classica del rapporto platea-palcoscenico, che ha permesso di lasciare un indelebile ricordo di una notte leggera ed imperdibile.
Ah, poi c’era lo spettacolo.

martedì 9 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 1

Ci sono molte poltrone, in un teatro, sulle quali ci si può sedere.
Da ognuna di esse si gode spesso di una diversa visuale, ancor più se in senso metaforico: c'è la poltrona dello spettatore che ha acquistato il biglietto e che ha un'aspettativa di un certo tipo, a sua volta scindibile in molti e diversi altri tipi di aspettative, anche secondo il biglietto acquistato, c'è quella dell'addetto ai lavori, che guarda con occhi partecipi dettagli che sfuggono ai più, e ci sono quelle sulle quali siede chi, come me, in questo fine settimana si è trovato seduto su alcune poltrone con un badge al collo con la scritta "Napoli Teatro Festival Italia - Press 09".
Ed una responsabilità, oltretutto.
Viene da chiedersi quale punto di vista, quale Sguardo ci si aspetterebbe da chi si siede con una penna in mano, ed è la domanda che mi pongo davanti ad un lavoro come Pièce Noire (di Enzo Moscato, Teatro Mercadante, venerdì 5 giugno ore 22,30).
Pièce Noire è un testo concepito già 30 anni fa, narra vicissitudini personali e sociali tali da meritare una serie di stratificazioni di pensieri psicanalitici ed antropologici, e riesce a legarli in maniera molto stretta alla visceralità napoletana, ma anche a rimanerne fuori, come in un disperato tentativo di non trascinare un'ala bianca nel fango delle strade dei Quartieri Spagnoli.
Allora faccio così. Mi alzo da questa poltrona, e mi vado a sedere su quella affianco, vuota, dove ci sarebbe dovuto essere uno spettatore di quelli che hanno acquistato un biglietto, ma diciamo non a prezzo intero, bensì ridotto grazie alla mycard, quella formula di sconti e promozioni prevista in concomitanza del Teatro Festival, e per una ragione precisa: potrebbe essere quel tipo particolare di pubblico che forse ha una voglia più ampia di aprirsi alla stagione, di trovare in questo mese di Giugno, dopo il Maggio dei Monumenti, un continuum di cui personalmente sento la necessità, perché potrebbe far rinascere quel sentimento particolare che significa godersi una vita culturale che non si limiti ad uno o due mesi, e che potrebbe dar vita anzi ad una stagione unica, per continuità, e versatile, che non si fermi nè a Gennaio, nè a Ottobre; quella vita che Napoli offre sempre la possibilità di respirare, ovunque, e che per ogni artista è sempre così facile riprodurre e reinventare, da secoli.
Bene, sono seduto.
Ho una predisposizione a superare sia il pensiero della barriera psicanalitica di un Desiderio trasformato nell'impossibile mutazione genetica di se stessi (la quasi-figlia della protagonista, trasmutata nella sua versione impossibilmente depurata di tutto quanto il dolore le aveva inciso nell'anima), sia il discorso su un popolo identificato facilmente con quello dei Quartieri e del Porto, dentro cui sondare i molti livelli non della disperazione, ma direi invece della sua autoreferenzialità, a volte necessaria, altre perfino orgogliosa.
In questa poltrona, invece, guardo all'insieme dello spettacolo che vorrei avere di questo continuum culturale di manifestazioni: guardo le luci, guardo i suoni, guardo le battute ed i tempi.
E penso subito che c'è qualcosa che non va.
Il testo e l'intreccio della mente e dell'anima portato sul palcoscenico è interessante, soprattutto per coloro che hanno voglia di guardare a se stessi ed al proprio vissuto, e viene affidato a personaggi ideali convincenti, eppure in questa edizione ci sono troppe slegature: gli attori non sono discutibili, eppure non agiscono in sinergia quanto da solisti, non si intrecciano ma si alternano, facendo mancare il respiro di un’armonia complessiva. E va lamentata una imperizia tecnica addirittura fastidiosa riguardo ai suoni, fuori dal contesto sia nei volumi che nei tempi rispetto ai dialoghi, sebbene la scelta sia stata felicemente ideata su alcune canzoni che si sarebbero altrimenti integrate perfettamente, come quelle di Patty Pravo…
Sabato sera, invece, la poltrona è quella dello splendido San Carlo restaurato ed ammodernato, nel quale è sufficiente anche solo entrare per ritrovare sempre la stessa gioia del cuore: lo spettatore stavolta vi trova L'Européenne di David Lescot, prodotta da Napoli Teatro Festival Italia e dal Théâtre de la Ville - Paris.
La prima impressione, che resterà poi la migliore, è la bellezza degli stimoli insita nella stessa concezione della struttura, che si dipana in lingua italiana, francese, slovacca, portoghese, tedesca e bulgara.
Come si percepisce facilmente anche in giro per l’Europa, soprattutto dopo il referendum francese sull’approvazione della Costituzione Europea, L'Européenne propone domande molto chiare, e colorate come con pastelli in mano a bambini: politicamente e culturalmente, è l’ora di riflettere sul senso dell’Europa, e gli attori riescono perfettamente a trasmettere questa necessità/ricerca di interrelazione.
Con un apprezzamento particolare per l’illuminazione e per l’effetto della caduta di un pannello su cui per tutta la durata della rappresentazione, erano stati contati i voti del Referendum; quello che colpisce di più, è il riuscire a trasmettere uno spirito che unisca il piacere della propria originalità culturale identitaria all’impegno per l’intercomprensione, sia essa attiva che passiva, come ben suggerito anche dal testo.

domenica 24 maggio 2009

Leggetemi, è gratis.


Per fortuna provo ancora un senso di sconforto nel trovare di tanto in tanto il limite spostato sempre un po’ più in là.
Il limite è quello dell’indifferenza e della stupidità con la quale sembra che accogliamo alcune abiezioni del nostro tempo, e nel nostro tempo queste abiezioni sono quasi sempre frutto di un accurata programmazione, quasi sempre di marketing.
Beh, non riesco ad abituarmi.
E magari vale la pena di dirlo, perché il limite che da qualche anno è stato superato, è uno di quelli più insidiosi che sia venuto in mente a quei maledetti geni della comunicazione che siedono attorno ai loro brain-storming con un caffè che spero sia pessimo e vada loro di traverso, frutto magari anch’esso di una delle loro migliori trovate, quindi necessariamente una schifezza imbevibile.
Il limite questa volta, è quello del linguaggio.

domenica 26 aprile 2009

Ammassi di vita


49 diversi tipi di cavi.
Tanti ne ho contati, proprio ora, alle spalle di questo PC su cui sto scrivendo.
Alimentatori, cavi di rete, collegamenti con Hard Disk e quant’altro. Quarantanove.
Un po’ tanti, mi rendo conto, ma chissà se abbastanza da dimostrare qualcosa che mi è capitato a volte di pensare, ovvero che i cavi, ed in generale i fili, vivono di vita propria... (continua qui)

sabato 11 aprile 2009

Memorie vegetali


Nella trasmissione quotidiana di Radio 3 Fahrenheit - I libri e le idee, c’è una rubrica dal nome Caccia al Libro, che si occupa di trovare libri fuori catalogo [...]
Personalmente non so se riuscirei a regalare un libro, e ricordo per ognuno di loro che non sta più sui miei scaffali a chi è stato dato, perché e da quanto tempo. E lo rivorrei indietro.
Forse perciò sono in debito con la loro esistenza materiale, essendone un accumulatore senza speranza, uno che ha bisogno di tenerli davanti agli occhi e di toccarli di tanto in tanto, e qualcuno saprebbe ritrovarlo anche ad occhi chiusi.
Ed anche per questo mi piace pensare al loro senso materiale, al di là di quello che racchiudono le lettere e le parole contenute.
Umberto Eco in un suo prezioso volume li ha chiamati la memoria vegetale... (continua qui)

giovedì 19 marzo 2009

Repetita iuvant. E qualche volta pure munnezza iuvat...


In uno dei momenti in cui si cominciava ad avvertire che qualcosa non andava proprio, nella questione-rifiuti, ricordo che non era ancora l'estate del 2007, feci una riflessione che voleva essere un punto di vista concreto, non ironico nè disfattista, su un argomento che si prestava fin troppo a speculazioni di vario genere, quasi tutte inutili, se non perfino disutili.
Lo ripubblico sempre con la stessa convinzione, sotto lo sguardo, questo si, ironico, di un editto del 1748:
era L’avanguardia della munnezza, e lo trovate qui

mercoledì 11 marzo 2009

Sant'Orsola, permettimi, un esperimento...



Cara Sant'Orsola, ti chiedo scusa se importuno te, ma credo che alla fine potresti anche esserne contenta: ho deciso di sceglierti per un esperimento... (continua qui)

domenica 1 marzo 2009

Patty, Patty...!





Questa è una lettera d'amore per Patty Pravo.
Per questo le dirò cose orribili.
Come in ogni amore vero... (continua qui)

giovedì 8 gennaio 2009

Lo Ius Primae Noctis ed il tabù della Vergine


Mentre pensavo a cosa scegliere per il prossimo episodio dei “falsi” storici, ecco saltar fuori in una conversazione un riferimento ad un vero classico: Signore e Signori, ecco a Voi l’ineffabile IN-esistenza nientedimeno che… dello Ius primae noctis!
Avanti, ditemi in quanti siete a sapere che è un falso... (continua qui)

sabato 27 dicembre 2008

La Terra è sempre stata rotonda


A scuola ci hanno insegnato che "nell'antichità" si credeva che la terra fosse piatta.
Ho notato che soltanto negli ultimi anni si sta diffondendo la verità su questo che è un clamoroso falso storico-culturale.

Fa parte di quelle bugie che ritengo assolutamente clamoroso che possano tramandarsi per secoli in interi sistemi culturali ed educativi, per arrivare fino ad un'era come la nostra.

Facciamo un minimo di chiarezza... (continua qui)



venerdì 26 dicembre 2008

Fuoco sui testi e sulla memoria


Quando ho sentito la notizia che stamattina è stato devastato da un incendio il monastero buddhista Lama Tzong Khapa, ho sentito un momento di dispiacere privato molto particolare. Lo avevo citato, tempo fa. Sono andato a vedere il punto preciso, è a pagina 13 di Sensi Unici, il libro di cui qui accanto c'è l'anteprima.
Pare che siano andati distrutti soprattutto la sala di meditazione ed una libreria di testi sacri fra le più rare nel suo genere... la meditazione la sapranno ritrovare ovunque, ma quando bruciano dei libri, il mio cuore resta sempre smarrito, e senza sapere cosa dire.
Un pensiero per chi sta lavorando ora, lì, e potrà salvare qualcosa.

mercoledì 24 dicembre 2008

Personalizzatemi, please.


Fra i tanti mondi che sogno, ce n'è uno in cui nessuno, per nessun motivo, manda mai in giro messaggi, e-mail e SMS a tutti e tutti uguali per gli auguri di natale e di buon anno nuovo.
E' un sogno bellissimo... (continua qui)

mercoledì 17 dicembre 2008

Falsi d'epoca: Bacone, Colombo e le Colonne d'Ercole...


Vi presento Novum Organum, la seconda parte de La Grande costruzione (del Sapere) di Francesco Bacone, pubblicata nel 1620.

Fermandomi a guardarlo, mi sono ricordato cosa c'era che non quadrava... questo disegno è impossibile!
(continua qui)

martedì 16 dicembre 2008

Nostalgia


Insomma, che la nostalgia non fosse una malattia, c’era bisogno di due studi universitari per scoprirlo… Apprendo che sia il Centro di ricerca sull'identità personale dell'Università di Southampton, sia la cinese Sun Yat-Sen University, sono arrivate alla conclusione che anzi, può avere ed ha in un ottimo numero di casi, anche un effetto terapeutico. (continua qui)

domenica 7 dicembre 2008

L'inarrestabile rimonta


Finalmente una notizia positiva, che riempie di entusiasmo l'ambiente, in città e in tutti coloro che anche all'estero seguono i progressi che faticosamente, e certo un passo alla volta, compie questo popolo: la notizia è ufficiale, la rimonta è cominciata… (continua qui)


sabato 29 novembre 2008

Dimenticare o scordare?


Avevo scritto quasi una settimana fa questo post, poi l'ho considerato superato, poi di nuovo l'ho ripreso, poi l'ho finito e poi di nuovo messo da parte... stanotte ho deciso finalmente di dargli vita, ma non senza una ulteriore riflessione.
Volevo affrontare una questione etimologica... (continua qui)

mercoledì 26 novembre 2008

Il Far West, molto far e poco west


Parlavo di cinesi, e mi è venuto in mente il Far West. Si, proprio quello con i Saloon, le case di legno poco rassicuranti, le strade sterrate e gli sguardi obliqui che ti seguono sotto i cappelli senza muoversi..

Il mio Far West si chiama Locke. Locke è un villaggio fuori dal tempo, rimasto indietro di un secolo ma senza dare troppo l'aria di un villaggio fantasma, anzi... i suoi abitanti sono ben 80 (!), e qualcuno di loro l'ho conosciuto in una giornata capitata non per caso, ma anzi perchè sono andato proprio a cercarmela, e non è stato nemmeno facile.


Scendendo da Sacramento... (continua qui)


lunedì 24 novembre 2008

Lezioni Cinesi


Questo è uno scontrino fiscale. Diciamolo pure, un semisconosciuto. Ve lo presento. [...] che sia lo scontrino fiscale oppure la fattura, in ognuno dei due casi, quanti ne avete mai visti prima? Si, certo, qualcuno si, ma immagino anche talmente pochi da ricordarli a stento. (continua qui)

sabato 15 novembre 2008

Un posto al sole per il Santo Graal


Potremmo immaginare di riunire la superficiale fruibilità di questi tempi con qualche minima esigenza di conoscenza di cose che stanno alla base della nostra civiltà?
[...] parto direttamente con la sceneggiatura della soap-opera dal titolo "Un posto al sole per il Santo Graal".
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lunedì 10 novembre 2008

Lettere, cifre, idee.


F E T T A A
(2,1,4,3,5=2,5,8)

Lettere, cifre, idee. Un modo che ho sempre apprezzato per metterle insieme, anzi per comporle, scomporle e ricomporle, è quello dell'enigmistica.
Quando avevo più tempo da dedicare loro, mi divertivo a creare vari tipi di soluzioni tecniche, dalle parole crociate alle crittografie, finchè un giorno mandai un po' di materiale alla redazione della Settimana Enigmistica. Dopo qualche giorno, mi chiamò a casa quello che molti ricorderanno come "A. Ghilardi", ovvero in genere la "pagina 41" della Settimana, uno dei curatori storici. (continua qui)

sabato 1 novembre 2008

Obama, McCain, agnelli, leoni...


Durante la I guerra mondiale, dopo la battaglia della Somme del 1916, un ufficiale tedesco, a proposito dei soldati inglesi, disse di "non aver mai visto leoni simili guidati da agnelli simili", ovvero uomini valorosi condotti da gente incompetente, se non criminale, ed è una traduzione fin troppo benevola. (continua qui)

Uno Novembre

Nella notte fra l'uno ed il due novembre 1975, Pier Paolo Pasolini veniva ucciso in un modo brutale; il vero scandalo è che ancora oggi si ritiene che sia tutto un mistero irrisolto. Non sono all'altezza di parlare dello scrittore, non l'ho letto abbastanza. Posso solo lasciare un omaggio scegliendo una delle tante fotografie rimaste di lui, quella di un incontro con Totò (per la nascita del famosissimo Uccellacci e Uccellini, 1966) che probabilmente può essere molto significativo per i molti versi in cui si dispiegava la sua personalità.

giovedì 30 ottobre 2008

La Spia di Napoleone

Penso spesso che ci sono alcune persone che meritano davvero di essere almeno conosciute, e che in comune hanno la maniera notevole e rara in cui hanno guardato a qualcosa che prima non esisteva, come fosse uno sguardo molto più elevato sopra le colline, tanto da vedere l’alba successiva, sul paese al di là di esse.
Il primo che mi viene ora in mente, inaugurando questo piccolo florilegio di umanità, è Karl Schulmeister. Professione: spia.
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L'Olimpiade del lecchini

Il termine che ho scelto per l'argomento proposto con il sondaggio (lecchini) è certamente eccessivo, e diciamolo, anche un po' volgare, ma non ho esitato ad usarlo perché era esattamente quello che avevo pensato quando mi sono trovato di fronte a queste tre lastre. Ricordo di averci messo anche un punto esclamativo. Diciamo allora che è una... licenza impoetica.

Circa un anno fa, scrissi questo articolo su La Voce del Quartiere sulla Stazione Neapolis, il luogo dove si raccolgono alcuni degli oltre tre milioni di reperti rinvenuti grazie agli scavi per la costruzione della linea 1 della Metropolitana.

Nella seconda sala, ci sono i reperti di quello che fu un tempio romano della prima metà del I sec. d. C. rinvenuto sotto l'attuale piazza Nicola Amore, che in futuro sarà, per quanto possibile, "inglobato" nella stazione "Duomo" (entreremo nei vagoni attraversandolo...). (continua qui)

giovedì 23 ottobre 2008

Mattoncini sparsi


Altri due mattoncini: nella colonna di sinistra (finchè non riuscirò a mettere qualcosa anche a destra...) troverete un feed, ovvero un modo per iscriversi alla ricezione automatica di post e/o commenti, che verranno recapitati nella vostra mail appena pubblicati qui, ed un link fotografico all'anteprima di Sensi Unici, conosciuto finora soprattutto in Campania attraverso la distribuzione delle librerie Guida, ed ora purtroppo esaurito, diciamo pure in cerca di ripubblicazione.
Grazie a questa scelta di Google Libri (non richiesta da me, e di cui nemmeno ero mai stato messo a conoscenza),
mi è giunta sinora la più incredibile soddisfazione legata al libro, ed una di quelle che non si dimenticano per una vita: vale davvero un ricordo da lasciare.

Un gentilissimo professore della Facoltà di Lingue e lettere Straniere dell'Università di Verona, Claudio Viola, del Dipartimento di Romanistica, durante una sua ricerca per la cura dell'edizione di aggiornamento del GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA fondato da Salvatore Battaglia (editore UTET), una vera leggenda nel settore, qualche mese fa si imbatte nella pagina numero 91 del mio libro, proprio attraverso questa pubblicazione di Google libri che nemmeno sapevo esistesse.
Bontà sua, si interessa all'uso di un mio termine ed alla correlazione con l'uso che ne ha fatto un altro autore, cui non potrei accostarmi nemmeno col pensiero, poichè porta il nome nientemeno che di Guido Ceronetti... insomma, la storia ha un lieto fine tale da far venire i brividi: la mia frase (Il comico era nato senza progetti e schemi di riferimento, apatride la cui patria è sempre altrove su questa terra), ovvero quella che conteneva il termine oggetto della ricerca (apatride), è finita nel lemmario dell'edizione di aggiornamento (Addizioni al Battaglia), sarà parte della prossima edizione aggiornata del Dizionario, e così il mio nome ora confina con quello di Ceronetti.

Non ricordo quanto sia durata l'emozione, e non lo ricordo perchè è ancora la stessa, e lo rimarrà sempre.

Mattoncini...


mercoledì 22 ottobre 2008

Onore delle armi


Risultato del primo mini-sondaggio per scegliere il prossimo argomento: i numeri parlano sempre un linguaggio soggetto ad interpretazioni, ma il risultato d'impatto è molto chiaro:


il Conte Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff: 51 voti (37%)
le Olimpiadi dei lecchini: 52 voti (38%)
Perseo e Mercurio: 20 voti (14%)
un Violoncello del 1710: 19 voti (14%)


Nel dolermi soprattutto per Perseo e per Mercurio... (continua qui)

mercoledì 15 ottobre 2008

Sondaggi e personaggi: fate vobis...


Stasera mi è venuta un'idea che ho trovato particolarmente di-vertente, laddove, come al solito, mi scopro ad usare questo termine, "divertente", nel suo senso antico e latino di volgere altrove, di guardare in altra direzione, di allontanarsi: distogliere dai pensieri che sembrano fluire continui e quotidiani, quindi, e trovarci una direzione altra, che nel piccolo di questa idea significa che anzichè fermarmi a scegliere un soggetto su cui dire qualcosa che trovo interessante, vorrei inaugurare l'esperimento di chiedere a voi quale potrebbe essere l'argomento di cui parlare... a me ha di-vertito molto questa idea, anche se tecnicamente non saprei come risolverla all'interno di uno spazio come questo, date le mie scarse conoscenze di linguaggi informatici, e così comincio col proporre un sondaggio, qui a lato a sinistra, proponendo 4 possibili sviluppi di conversazioni che mi vengono in mente in questo momento. Una settimana di tempo, e se la fortuna mi assiste con qualche voto, sapremo quale sarà il primo argomento scelto così. Nel frattempo non credo mi fermerò, ma intanto votate...

...ehm, a proposito: l'etimologia che ho citato sopra, oggi legata soltanto al comune senso del
divertimento, è la stessa di divorzio...

sabato 11 ottobre 2008

Velázquez sotto casa

Ci sono occasioni in cui abbiamo il mondo sotto casa, ed invece percorriamo migliaia di chilometri per guardarlo: spero siano poche, ma una di queste vorrei raccontarla.
Avevo in mente da quasi un anno un quadro di Diego Velázquez, Las Meninas, che è forse uno dei quadri più celebri e studiati degli ultimi due secoli, e precisamente dal 1865, data in cui Édouard Manet visitò Madrid e lo vide al Prado, dopo che solo da pochi anni era stato esposto, chiuso com’era stato, dal 1656 al 1819, nelle stanze dei palazzi reali spagnoli. (continua qui)

lunedì 6 ottobre 2008

Le quattro giornate private

Dal 28 settembre al 1 ottobre abbiamo ricordato le quattro giornate di Napoli, un momento della storia del secondo conflitto mondiale non ricompreso nel contenitore generale delle "resistenze" e delle "insurrezioni" classiche, quelle del 1945 per intenderci, delle battaglie finali di Genova, Milano, Torino, Venezia, Padova, Trieste, e dell’esplosione popolare dell’Alta Italia in concomitanza con l’offensiva della VIII e V Armata.
O forse dovrei dire che le abbiamo ricordate solo qui, a Napoli, dal momento che un posto appropriato, nella storiografia, forse ancora non è stato riconosciuto loro, ed il motivo di questa mancanza mi sembra assai interessante ed attuale da indagare. (continua qui)

venerdì 3 ottobre 2008

Caro Pino, io non c'ero


Ora che è passato un po' di tempo, circa tre mesi, forse è arrivato un momento adatto per parlarne.
A volte è bene attendere la sedimentazione delle cose, sia per guardare anche cosa avviene dopo, che soprattutto, penso sempre, per non innamorarsi troppo delle proprie idee, ed essere pronti a modificarle, se si riescono a vedere elementi diversi.
Avevo acquistato due biglietti per il concerto concepito da Pino Daniele al San Paolo come occasione storica di riunire la Banda, come avrebbero detto Jack ed Elwood nei Blues Brothers, ed infatti proprio così l'immaginavo: Pino che passava per casa di Joe Amoruso, e mentre prendeva il caffè, aveva l'illuminazione di riunire la Banda... (continua qui)

domenica 28 settembre 2008

Anime Salve, a San Valentino


A proposito… oltre il codice a barre, non ho parlato del nome che ho dato a queste pagine, forse perché la mia familiarità con Anime Salve era tale da farmi pensare che fosse un elemento chiaro ed un richiamo immediato. Beh, forse non lo è. Almeno immagino.

Anime Salve è forse il più possente e delicato testamento spirituale di Fabrizio De Andrè, oltre che sua canzone perfetta, scritta insieme con Ivano Fossati come tutto l’album. Era il 1996
. (continua qui)


sabato 27 settembre 2008

Da nonluogo a non-Lifestyle: Il Vulcano Buono

L'etnoantropologo Marc Augé, secondo me con grande intuizione, definiva nonluoghi gli spazi che non possono o non riescono ad essere identitari, relazionali e storici, giustapponendo loro ai luoghi antropologici.

Esempi classici di nonluoghi dunque sono le strutture destinate alla circolazione (autostrade, svincoli e aeroporti), i mezzi di trasporto, ma anche i centri commerciali: in comune, hanno la caratteristica di essere spazi in cui milioni di persone si incrociano senza tuttavia entrare in relazione.
(Continua qui)

mercoledì 17 settembre 2008

Il Louvre inciampa a Napoli. E si fa male.


Tutti dovrebbero sapere come sono state "acquisite" una grande parte delle collezioni d’arte dei più famosi musei del mondo: acquisti diretti da tombaroli singoli ed organizzati che oltretutto devastano siti ed oggetti preziosi, furti su commissione, razzie, bottini di guerra ed altri mezzi illeciti.
Nulla di nuovo.
Il motivo per il quale mi sono deciso a scrivere sull’argomento, però, va un po’ oltre. Magari ai più sembrerà di nessuna importanza, quasi un inconsapevole dettaglio; a me è parso invece di una chiarezza esemplare di quanto tutto questo sia accompagnato da arroganza, ipocrisia e mancanza di cultura, intesa nel più ampio senso di appartenenza ad una comune eredità piuttosto che non ad uno sciovinismo nemmeno sotterraneo.
Parlerò del Louvre. (continua qui)


domenica 14 settembre 2008

Le Rêve du Père Lachaise

Sono stato molte volte a Parigi, e fra le cose viste e quelle non viste continua a volte a prevalere la sensazione delle seconde. Fra queste, senza dubbio Père Lachaise sovviene al primo posto: per il lettore che non ne avesse confidenza, ecco lo spazio ufficiale sulla Rete: http://www.pere-lachaise.com/ di quello che è il cimitero più famoso della Francia.
Qualche settimana fa conobbi una ragazza parigina che mi descrisse un periodo gotico in cui Père Lachaise aveva una parte preponderante, e questo aumentò l'incanto di un ricordo mancato, quello che non ho ancora formato nella mia mente. Ho deciso così di ricostruirlo attraverso la memoria ed il sogno di chi lo ha vissuto, di pensieri femminili che lo hanno attraversato e che ne sono state colpiti, chiedendo a lei e ad un'amica che ha una mente ed un cuore a metà fra Napoli e Parigi, di lasciarmi un pensiero scritto.
Li troverete entrambi qui.

martedì 2 settembre 2008

Il diritto al primato negativo

Ho cominciato a scrivere questo intervento quando ancora non erano accaduti i fatti di domenica scorsa nelle stazioni di Napoli e Roma, che per colpa di criminali comuni travestiti da tifosi di una squadra di calcio hanno reso leggermente più difficile il momento in cui concettualizzare quanto avevo in animo, ma nessun discorso può in ogni caso essere mai alterato, né tantomeno frenato, da uno o più episodi, e così stanotte ho voluto completarlo.

Riflettevo su una consuetudine diffusa fra un certo tipo di napoletani... (continua qui)

domenica 17 agosto 2008

Napoli assente



Ecco, questa è la foto di un paradiso. So che nessuno darebbe un centesimo per ritrovarsi in un paradiso così, e che magari dopo una vita passata a crederci, ci si aspetterebbe qualcosa di meglio, ma qui sulla terra, a volte, anche questo può essere un paradiso, e bisogna anche accontentarsi.
Quello di cui mi sto accontentando oggi... (continua qui)

giovedì 31 luglio 2008

Il monaco di Po-Lin ed il Kau Cim


Due dollari di Hong Kong sono l'equivalente di € 0,17177. Esco dal monastero buddhista di Po Lin, (寶蓮禪寺, ovvero il Tempio del prezioso Loto Zen), sull'altopiano di Ngong Ping, isola di Lantau, di fronte ad Hong Kong. Mi trovo di fronte al gigantesco Buddha sulla collina di fronte al Tempio, ma il pensiero è rimasto dentro.
Ne ho visti molti ormai di templi buddhisti, in molti Paesi diversi, e sempre mi hanno lasciato con una sensazione speciale di particolare capacità di trovare punti in cui fermarsi in perfetta armonia, e di aspettarsi di incontrare qualcuno o qualcosa che ti diranno, e ti daranno, qualcosa di nuovo su cui posare l'anima.
Pochi minuti fa ero fermo a fare questa fotografia... (continua qui)

mercoledì 30 luglio 2008

7 frustate... 14, 21, 28...

The Clarke Quay - Singapore


Leggo dalle pagine dei giornali, tramite internet, che il nostro Premier avrebbe detto testualmente “A Singapore chi sporca viene punito con sette frustate. Mi dispiace non poterlo attuare in Italia...”
Si da il caso che in questo momento io mi trovi proprio a Singapore...
(continua qui)

martedì 1 gennaio 2008

Turpe est, quod nequeas, capiti committere pondus

Inaugurare uno spazio come questo, che probabilmente resterà vuoto ancora per un po' di tempo, è una scelta che mi accorgo di fare senza averci pensato troppo (nessuno ne dubiterà...), e probabilmente soprattutto perchè in un impeto di originalità, lo sento come un regalo da farmi nel primo giorno del 2008.
Cosa ci sarà, è presto per dirlo, e lo scoprirò io stesso lungo la strada, selezionando le fin troppe idee che avranno bisogno di essere sistemate, con un movimento che spesso mi ricorda quello del pensiero e delle mani: quando si trasforma in scrittura, il pensiero attraversa le mani e ne viene organizzato ed ordinato, fino a trovare una rappresentazione che lui stesso riconosce come adeguata.
Più che di "riempire" degli spazi, però, l'immagine che mi appare è quella di crearne: aprirne di nuovi ed approfondirne di esistenti, strappando anche al tempo quotidiano ogni occasione per disegnare una nuova linea di contorno per strade su cui incontrarmi con argomenti e concetti, e con chiunque vorrà accompagnarmi fra le nove Muse, e magari anche un po' più in là.
Mi piace pensare che lo spazio, del resto, sia soprattutto qualcosa di dinamico, come rende molto bene la sua derivazione etimologica a metà fra il sanscrito spà- (che significa crescere, estendere), ed il suo greco e quasi antitetico spàn- (tirare a sé, strappare): lo spazio è il risultato di movimenti anche opposti, è fluido, è un'idea da coltivare e far crescere con tutti i semi che riusciamo a generare.
A proposito, nel titolo vi è l'autoammonimento che Properzio pronunciò rivolgendosi a Mecenate nelle sue
Elegie: "Fa una pessima opera chi prende sul capo un carico superiore alle sue forze".
Lo faccio mio, e spero di saperli trovare ed aiutare a germogliare, questi spazi.