mercoledì 10 marzo 2010

La memoria degli inganni

(pubblicato anche su www.teatro.org)

Harold Pinter sapeva bene di cosa parlava: il suo biografo Michael Billington spiegò che Tradimenti (‘Betrayal’, 1977) narra della relazione che per sette anni Pinter condusse con la giornalista televisiva Joan Bakewell.
Ma naturalmente andò molto oltre. In Betrayal, infatti, non si parla del tradimento in sé, quanto piuttosto della nostra condizione di vita quotidiana, che ci vede sospesi nel labirinto dell'accettazione del suo rischio, e di come sia difficile per l'anima trattare questo materiale così doloroso.

In modo forse più universale e meno anglosassone di quanto si pensi, i tre (che formano il classico triangolo moglie-marito-suo migliore amico/amante di lei) agiscono per anni ed anni dando della vita il suo spettacolo a prima vista più mortificante, ed insieme probabilmente più comune: una infinita sequenza di imbarazzi, risentimenti, piccole e grandi ferite, atti mancati e parole non dette che formano un silenzio a volte assordante, il cui rumore scuote tutti loro ma non produce mai nessun effetto riconoscibile che sfoci in umano pathos.
Tutti carnefici, e tutte vittime.

La concatenazione di questa visione Pinter la rende in maniera straordinaria, con un effetto a ritroso di nove scene in cui si parte dall’ultimo quadro per rincorrere nella memoria collettiva i momenti salienti in cui si sono feriti, e secondo loro forse anche amati, come se la memoria fosse una sorta di struttura angolare con elementi ad incastro per successive sovrapposizioni… Il risultato è che lo spettatore gode di un punto di vista inconsueto rispetto agli stessi personaggi, perché sa già cosa sarà accaduto nel futuro, e perciò può cogliere i gesti e le espressioni anche minime ed interpretarli anche (e soprattutto?) con le sue aspettative personali.

La regia di Andrea Renzi, molto fedele al testo, ha accentuato il tono inglese di eleganza, anche con una scenografia ed un uso delle luci essenziale ma di grande effetto, ed i tre protagonisti restano molto fermi nella loro esposizione del concetto, sempre così a metà strada fra l’amarezza ed il contenimento, con alcune punte di humour assolutamente delizioso ed estremo a firmare questo stato quotidiano che somiglia alla battuta dell’amico/amante Jerry nell’ultima scena, quando nella corte serrata che le riserva, si presenta ad Emma come “in stato catatonico. Sai cosa significa? Il Principe del regno del non-essere”.

sabato 6 marzo 2010

I padri e i figli

(pubblicato anche su www.teatro.org)

Non siamo negli anni '70 e non possiamo chiedere di rivedere le stesse facce e di provare le stesse sensazioni; siamo negli anni '10 -ed è già un po' cacofonica l'espressione "anni '10"- e l'emozione del figlio di De Andrè che ripropone Fabrizio è la più grande che possiamo chiedere. E ci viene data.

Trovare, in questa come in altre occasioni, le facce di quegli anni invecchiate di altri trenta, con i figli cui insegnare qualcosa della loro epoca, sta diventando già un appuntamento fisso, quasi fosse ormai l’unico, o almeno uno degli ultimi, possibili terminali di comunicazione di un’epoca intera, momenti in cui tentare una trasmissione generazionale che spieghi a questa povera generazione bombardata dall’azzeramento culturale, che prima era diverso, e che si andava a sentire uno come Fabrizio perché nulla voleva insegnarci, ma che per questo forse tutti noi ogni giorno ancora ricordiamo nelle cose quotidiane le sue parole, le ritroviamo, e ce ne facciamo emozionare.

E sentirle scandire con tanta bravura da chi ne ha vissuto la loro stessa creazione, quando magari a 7-8 anni spiava di notte il padre mentre le faceva uscire dalla sua mente e dalle sua mani di poeta, beh, è qualcosa che aggiunge, aggiunge, aggiunge... c’è memoria e stile, ci sono respiri e fogli bianchi su cui per qualche istante sembra possibile continuare a scrivere, nell’illusione di una sera...

Fa un certo effetto vivere questo doppio padre/figlio: dal punto di vista artistico, grazie anche agli arrangiamenti di Luciano Luisi che hanno unito le loro corde vocali, e da quello umano, perché indubbiamente era qualcosa che dove accadere, prima o poi; dopo tutti gli omaggi avuti in questi anni, mancava quello principale, che desse il senso alle parole scritte e fatte non soltanto di poesia, ma anche della vita vissuta dall’uomo, riproposta appunto da Cristiano e dal suo esserci stato.

Anche per questo, al Palapartenope c'era perfino qualcosa di quel concerto del 14/2/1998 al Teatro Brancaccio, l’ultimo, quando Fabrizio era sul palco insieme ai figli Cristiano e Luvi: qualcosa da ricordare, anziché con le tante sue, con le parole di uno dei pochi che possono prendere parte a questa serata, Ivano Fossati: "La disciplina della Terra sono i padri e i figli, i cani che guidano le pecore, tutti quei nomi dimenticati sotto la mano sinistra del suonatore".

lunedì 1 marzo 2010

Amleto, lo spettro del sé.


(pubblicato anche su www.teatro.org)


Quando si affrontano classici come l’Amleto, si deve scegliere soprattutto fra due diverse possibilità: l’attenzione alla scrittura, oppure la visione personale che cerca di metterne in luce aspetti particolari, ed è questo il caso della convincente edizione presentata al Ridotto del Mercadante da Alfonso Benadduce.

La sua scelta ed il suo stesso rappresentarsi in Amleto, fa di questo principe di Danimarca non il protagonista, ma il Regista di ogni scena, come se di ogni vicenda che scorre sulle tavole del palcoscenico conoscesse già in anticipo ogni risvolto, quasi ne fosse anche il narratore ed il commentatore (ed in questo senso va forse anche il titolo di Studio).

C’è uno sguardo amletico immanente, "laterale", che pesa e conferisce ad ogni circostanza una luce impalpabile ma estremamente forte, e più ancora c’è la sublimazione di tutti gli elementi-chiave dei personaggi di Shakespeare, con Ofelia che si riduce spesso ad un corpo fluttuante ed il Re Claudio che non dicendo una sola parola esterna una rabbia simbolicamente efficacissima; per non dimenticare le interpretazioni psicanalitiche andate di moda per decenni sul suo complesso d’Edipo, inoltre, la madre Gertrude lo bacia in bocca platealmente, e così via, riempiendo di senso quello sguardo laterale racchiuso nella sua citazione "Il sole, se accarezza un cane morto, genera vermi".


Ma la caratteristica ancora più incisiva, è che Benadduce ricompone, o meglio decompone e presenta la versione spettrale, quasi cadaverica di ogni personaggio, come se a recitare fosse la loro parte già morta, e ad avvicendarsi sul palcoscenico fossero le loro salme, che appaiono per rincorrersi, fino ad essere tutti ricompresi in quel lamento di Amleto in cui si definisce “morto, e senza averne il bene".

martedì 23 febbraio 2010

Marisa, e il resto.

(pubblicato anche su teatro.org)



Show! Tutti Insieme Abbondantemente, ovvero un dispiego di luci, colori, costumi, scene, sketch, battute, canzoni, aneddoti e boutade … Marisa Laurito festeggia 35 anni di carriera e porta sul palcoscenico un pot-pourri che vuole essere la rievocazione dei passi più importanti percorsi: dalla gavetta del varietà al teatro di Eduardo e poi di avanguardia, fino al cinema, al teatro ed alla televisione. Tutti i passaggi sono in qualche modo rievocati da una Laurito alla quale si deve riconoscere una verve ed una energia sempre intatte, e che da il meglio di sé nei vari modi che conosce per coinvolgere il pubblico, una sua vera specialità, e nella più classica e riuscita delle forme di Simpatia.

Uso la S maiuscola perché intendo la “simpatia” in senso alto ed ellenico, ovvero l’inclinazione istintiva che attrae (il pubblico) a sé, la capacità di attrarne i sentimenti: ebbene, mentre in sé è una virtù, e Marisa ne ha da vendere, laddove invece intorno non si forma un adeguato sostegno, la differenza si nota un po’ troppo.

Quello che manca allo spettacolo infatti, è proprio una mano che riesca a far “vedere” il tutto con una linea di congiunzione accettabile, tra l’orchestra, il corpo giunonico di cantanti–ballerine, i cambi di scena ed i tempi delle battute, che restano slegate fra le parti, ed a volte come sfilacciati.

Eppure c’è della poesia, in questo immanente senso del precario che diventa stabile; è come se fosse stato involontariamente riproposto il paradigma della vita stessa di un artista, a suggerire che anche quando diventa affermato, forse dentro di sé un artista conserva sempre il senso del transitorio, e che su questo è capace di far girare il suo universo. E di trascinarci dentro il suo pubblico.

lunedì 15 febbraio 2010

La lambada di Pergolesi


Qualcuno forse si sarà chiesto cosa avrebbe pensato Giovanni Battista Draghi, ovvero il Pergolesi, se avesse visto la sua Serpina, con l’iPod, ballare la lambada e la macarena con il servo Vespone sull’aria Sempre in contrasti con te si sta, oppure i musicisti vestiti da pescatori o da folkloristici capresi: questo qualcuno potrebbe essere fra coloro che in questo fine settimana, al Teatro Sancarluccio, hanno assistito a La Serva Padrona, con la regia di Rosa Montano e l’ensemble “Le Musiche da Camera”.

Ebbene, lo dico subito, secondo me Pergolesi se la sarebbe goduta davvero molto, questa Serva.
Si sarebbe divertito, nel vedere una effervescente Minni Diodati, moderna colf-pettegola, circuire e portare alla capitolazione il padrone-pantofolaio Uberto (Giusto D’Auria), ed avrebbe apprezzato la scenografia marinaia di Lello Acampora, dove una rezza diventa l’efficace metafora dell’imbroglio e del buon partito “pescato” da Serpina.

Lo dico per un motivo preciso, e che riguarda tutte le operazioni in cui si vuole interpretare un concetto legato all’essenza stessa del genere, che in questo caso è l’intermezzo buffo, ovvero la composizione creata per essere eseguita durante gli intervalli di un’opera “principale”.
La Serva Padrona infatti, presto diventata il simbolo stesso del suo genere, fu creata come intermezzo in due atti all'opera seria dello stesso Pergolesi Il prigionier superbo, che tuttavia non ebbe mai alcuna fama lontanamente paragonabile, appunto, al suo intermezzo.
Con questo genere era possibile divagare e liberarsi per un po’ dai formalismi musicali, nonché proporre personaggi e situazioni assai realistici e divertenti, gli stessi che si ricordavano nella commedia dell’arte e che poi hanno fatto nascere l'opéra comique in Francia, nella metà del XVIII secolo.

È interessante anzi ricordare come proprio la prima rappresentazione parigina de la Serva Padrona fece scatenare nientedimeno che la cosiddetta Querelle des Bouffons (“La guerra dei buffoni”), una contesa fra due concetti musicali nata una sera del 1752 in cui vennero eseguite appunto, dapprima la nostra Serva, e subito dopo Acis et Galatée di Jean Baptiste Lully.
Fu impossibile non rimanere subito impressionati dalla differenza.

Da un lato Pergolesi, la melodia, il soggetto realistico e fresco, e dall’altra l'artificiosità e la grandiosità di Lully: in un colpo Parigi si divise in due, e ne venne fuori quasi un vero e proprio caso nazionale, con schieramenti che a prima vista forse sorprenderebbero.
Con Pergolesi erano coloro per cui facilmente potremmo… tifare anche noi oggi: Jean-Jacques Rousseau, Diderot, gli enciclopedisti, menti aperte in grado di apprezzare il punto più avanzato che rappresentava l'opera buffa italiana, mentre con Lully erano i ricchi ed i potenti, i conservatori dell’opera tradizionale francese, coloro che tradizionalmente all'Opéra sedevano sotto il palco del re, mentre i fautori dell’italianità prendevano posto sotto il palco della regina; fu per questo che la “questione di Stato” fu nota anche come Coin du roi, Coin de la reine.

A tutta la sua freschezza e popolarità, insomma, ed al vortice di esuberanza e di vita reale con cui sono animati i due personaggi, al Sancarluccio questa trasposizione moderna forse ha fornito una giustizia significativa, ed anche coeva, dando l’idea di quale messaggio, ed in che modo, doveva forse essere quello autentico, trasmesso dai banchi di un teatro napoletano come quello del San Bartolomeo (l’odierna chiesa omonima) nel 1733.
Merito anche di progetti come questo dell'Intermezzo Ritrovato e della ricerca sulla produzione barocca napoletana, che alimenta l’aspettativa di riscoprire ancora ed in maniera stabile una tradizione tutta nostra ed un patrimonio di produzioni ancora poco rappresentato, da Paisiello a Piccinni, Sarro, Feo, Jommelli, Vinci, Scarlatti, Porpora, in un elenco in cui la cosa più bella è la certezza di averne sempre dimenticato qualcuno.

venerdì 12 febbraio 2010

Ornella e l'Ebreo che non c'è

(pubblicato anche su www.teatro.org)


Marc Chagall, L'Ebreo rosso
Meschinità? Aberrazione? Abiezione? C’è tutto questo, come ampiamente promesso, nella lettura de L’ebreo, eppure non è ancora sufficiente per trovarne la decifrazione. La vicenda descrive un momento storico in cui in Italia, e nel ghetto di Roma in particolare, molti ebrei, per evitare probabili espropri di beni, intestarono le loro proprietà a fidati prestanome. In questo caso, però, il “padrone” dopo tredici anni di deportazione torna a casa: di fronte all’inatteso e sconvolgente pensiero dei protagonisti di perdere d’un tratto una mai guadagnata ricchezza, le strade psicologiche si separano abbastanza nettamente, e si delineano due chiavi di lettura.

Anzitutto, il rapporto fra moglie e marito. Lei, una sorprendente Ornella Muti, è letteralmente terrorizzata all'idea di perdere l’immeritato benessere e di ritornare al rango di tutti coloro che si era ormai abituata a guardare dall'alto in basso ed a disprezzare, con un sentimento talmente eccessivo da far apparire chiaro che il disprezzo è anzitutto nei confronti di sé stessa e della sua essenza di "serva", ovvero ciò che dentro è sempre rimasta. In questo modo il linguaggio usato, un romanesco popolare ed a volte sguaiato, è perfetto anche per immergersi nell’ambiente. Lui, Emilio Bonucci, ha qualche slancio di umanità che potrebbe apparire salvifico, ed a tratti sembra anche provare ad intervenire a fatica nella storia per conferirle un taglio umano, ma alla fine non può andare al di là della sua ignavia, e si fa strumento di un’allegoria che sembra richiamare quella del Serpente, di Eva tentatrice e di un Adamo accidioso e sconfitto in partenza.

L’altro tema, classico per eccellenza, è quello del "convitato di pietra": l’Ebreo non appare mai, nemmeno nel momento in cui dovrebbe essere sacrificato, rendendo tutto il dramma ancora più rivolto all’interno dei personaggi che lo vivono, e con questa sua assenza incombe dentro le loro misere coscienze più ancora che se si fosse manifestato. Forse la definizione preferibile, perciò, sarebbe quella di miserabilità, e questa storia, come avverte anche Lamanna, è davvero quella che va scritta con la “s” minuscola, ovvero lo sfondo personale, intimo ed inconfessabile che così spesso sta al di sotto di quella Storia con la “S” maiuscola che invece si tramanda ai posteri.

mercoledì 10 febbraio 2010

Morso alla luna


(pubblicato anche su www.teatro.org)

Al Teatro Nuovo è tornato Giancarlo Sepe con Morso di luna nuova, uno spaccato di quell’estate del 1943 in cui, nel testo di Erri De Luca, si ricompongono i pezzi di una Napoli che sotto i bombardamenti cercava di capire quale fosse la sua identità. La vicenda intreccia le vite di alcuni napoletani nei momenti in cui sono costretti a riparare in un rifugio: il generale fascista a riposo, il giovane appassionato, il balbuziente, lo smaliziato falegname, la mamma popolana con la figlia romantica, il portiere patriota ed il venditore di baccalà segretamente ebreo.



Rispetto al testo originale, c’è un taglio più simbolico ed evocativo, drammatizzato soprattutto nelle espressioni ed attraverso le posizioni sulla scena. Ed alcune scene corali sono vere e proprie coreografie, come alcune danze dei personaggi con il loro pannello di scena, la fuga iniziale verso il nulla di un ricovero e quella finale verso una rivolta di popolo sempre con l’oggetto-simbolo avvinghiato a sé: una sedia, una valigia od una coperta. È uno sguardo che offre una esposizione molto essenziale delle anime, senza concessioni ad una possibile apertura quasi comica delle situazioni di vita quotidiana napoletana, pure presente nel testo originale, ma anzi trasformandola semmai in uno sporadico sorriso, intimista ed amaro.

Erri De Luca cita il suo morso come quello «di una città che addenta e insegue fino a sbattere fuori l’occupante intruso; […] ci sono sussulti in cui le singole esistenze spezzano la camicia di forza e inventano la libertà». Forse avrebbe meritato un po’ di spazio e di attenzione in più la parte finale, la terza stanza, il momento in cui la precarietà di un popolo diventa la sua forza e la Napoli “che sta sotto” diventa capace di distruggere la Napoli “che sta sopra”: l’esplosione delle quattro giornate, in quel 27 settembre 1943 in cui il primo quarto di luna si fece appunto strada nel cielo ispirando l’evocazione di De Luca con il ricorrente richiamo alla canzone di Salvatore di Giacomo, Luna Nuova.

Ed una ultima lettura, dal sapore simbolico, potrebbe essere forse quello degli elementi che circondano questi personaggi: la terra sotto cui cercano riparo, come in un culto ctonio così spesso presente nella cultura napoletana, il mare in cui ricercare una libertà sempre presente, come nel tuffo liberatorio della ragazza sotto il bombardamento, ed il cielo, che invece in quei mesi era ormai perso, sotto gli sciami degli aerei che lo annerivano.


venerdì 5 febbraio 2010

Tito, tra Clemenza e modernità


Tardi si avvede d'un tradimento
chi mai di fede mancar non sa...

E' cominciata la stagione del San Carlo, con la magnificenza del tutto meritata delle celebrazioni del suo rinnovamento, con i giusti elogi per quanto è stato fatto per ribadire la sua importanza assoluta nel panorama mondiale, e con una scelta non facile, ma davvero molto elevata e significativa: la Clemenza di Tito, con la direzione di Jeffrey Tate, la regia di Luca Ronconi, i costumi di Emanuel Ungaro e la scenografia di Margherita Palli.

La Clemenza è l’ultima opera di Wolfgang Amadeus Mozart, quel K621 che fa un effetto particolare anche già soltanto nella cifra, essendo così prossimo a quell’ultimo K, il 626, prima della sua scomparsa. E non sarà un’annotazione di sola personale commozione.

Comincerei a guardare tutto l’insieme proprio a partire dal protagonista in teoria principale, Tito.
Il Tito Vespasiano del San Carlo ha una voce avvolgente e senza sbalzi, adatta (o adattata?) proprio al concetto di Clemenza romana che non ha più trovato eguali in altre civiltà; ed offre una interpretazione ed un timbro in chiave “diminutivo”, come probabilmente però richiedeva la stessa mancanza di drammaticità espressiva perfino eccessiva del suo “buonismo”.
Ma di tali sentimenti era connotato anche lo stesso Imperatore, quello per cui Svetonio coniò l’epiteto Amor ac deliciae generis humani ("Amore e delizia del genere umano")
E credo che tale debba essere stata anche la chiave di lettura della partitura originale, laddove Tito venne creato allo scopo di idealizzare la figura di Leopoldo III, in occasione della sua incoronazione a Re di Boemia.
È fondamentale contestualizzare l'intera opera, e perciò trovarsi in quel luogo ed in quel momento, per capire meglio queste scelte.

Nell’estate del 1791, dagli stati generali boemi provenne un invito pressante a comporre in tutta fretta un'opera seria, per l'occasione della cerimonia dell'incoronazione, e la scelta fu obbligatoriamente indirizzata verso questo testo del Metastasio che ben si adattava sia alla visione apologetica della circostanza, sia al carattere mite del nuovo sovrano.
La data era stata fissata per il 6 settembre, la notizia giunse nell’ultima dimora di Mozart, un alloggio fra i più modesti e disordinati che aveva conosciuto, probabilmente intorno al 15 luglio: già ammalato, in un’atmosfera piena di colori malinconici che lo stavano avvolgendo per molti dintorni della sua esistenza, accettò per 200 ducati oltre 50 di spese, e si mise in viaggio con Costanza per Praga, dovendo così anche scrivere buona parte della partitura nella carrozza, durante il percorso, non tralasciando di delegare la stesura di gran parte dei recitativi al fedele Süssmayer che pure era partito con loro.
Il 6 settembre giunse puntuale la prima a Corte, ma se formalmente l’accoglienza nelle cronache fu buona, in realtà prevalse il disorientamento e la freddezza, ed agli elogi incontrastati si opposero aspettative deluse, a cominciare dagli stessi committenti, se la stessa Regina si lasciò andare ad un commento ingeneroso come “una porcheria tedesca in salsa italiana”. Solo successivamente il pubblico fece conoscere un sempre crescente successo alla Clemenza, poiché il cambiamento del clima culturale era stato anticipato dalle pagine dell’opera, e così fu naturale che “dopo” avesse maggiore successo che “durante”… ma Mozart non potè andar via da Praga con le stesse beate sensazioni del suo viaggio precedente, ed anzi il mancato successo aggravò il senso di amarezza dell’ultimo periodo.

Bisogna tentare di mettere insieme questi elementi per trovarci quindi le chiavi di lettura di una complessità nella quale confluiscono una serie di temi e di motivazioni spesso confliggenti, che trovano il loro punto principale, credo, nel momento storico particolare del passaggio fra il XVIII ed il XIX secolo.
L’ambientazione scelta per questa edizione napoletana è quella di un ‘800 molto vicino alle atmosfere di quel 1791 che lo annunciava, come del secolo nuovo Mozart anticipò elementi certo ancora poco conosciuti: una scenicità ed un’azione riccamente decorative, la presenza del vero dramma nei recitativi e di intrighi violenti a scuotere la trama, la struttura della macchinazione drammatica e direi anche le idee umanitarie che accendono quest’ultima.
Forse uno degli scopi fondamentali della sceneggiatura, nel proporre la Clemenza, deve essere proprio quello di rendere inattesa la Clemenza stessa, per farla appunto venir fuori poi come un dono del Sovrano ancora più prezioso, in mezzo a tanta spietatezza.
L’ambientazione napoletana favorisce esclusivamente l'intimità di questo aspetto psicologico di Tito, e si lega strettamente all’800: "non si può fare una Clemenza più moderna, perchè oggi non c'è più clemenza" dice Luca Ronconi.
E tuttavia la strada della sua modernità ormai viene costantemente affrontata in chiave moderna, se è vero che nel 2003 e nel 2005 abbiamo visto ambientazioni ben più ardite, se non post-moderne, e perfino al festival di Salisburgo.
Il suo lato settecentesco, invece, rimane ancora inconfondibile nei duetti, non da opera seria, nei loro slanci e nelle tensioni che fanno dimenticare qualunque legame con l’introspezione psicologica, e fanno da vero ponte al dubbio fra l’impianto generale e la godibilità di pagine che restano dei capolavori assoluti.

È difficile trovare un equilibrio, in questa complessità.
Forse giova anche uno sguardo singolo su alcuni dei personaggi: Vitellia anzitutto, ovvero la dominante del potere per come tiene in pugno Sesto e ne vince perfino il senso di fedeltà amicale verso Tito: Vitellia è quanto di più crudele sia mai apparso nelle pagine del Maestro, è la vera protagonista della sceneggiatura, e Teresa Romano le conferisce una presenza scenica molto efficace, sia nella sua crudeltà che nel suo pentimento.

Sesto… ecco la figura più importante, almeno agli occhi nostri e del nostro XXI secolo, quella che offre i più ampi spazi di riflessione psicologica, ed in questo senso Monica Bacelli è stata eccellente, anche dal punto di vista espressivo (come già nel suo precedente Sesto della versione torinese del 2008).
Merita una nota anche Vito Priante, un Publio estremamente convincente e capace di infondere un senso di sicurezza che si sentiva quasi fisicamente allargarsi a tutta la scena.

E questo Tito di Gregory Kunde, che potrebbe oggi essere quasi “accusato” di buonismo, a mio parere rende giustizia invece al senso più ampio possibile del concetto sotteso all’ideazione della stessa opera, quella magnanimità che i romani, appunto, chiamarono Clemenza, quella stessa che perfino Giulio Cesare conobbe ed esercitò, pur non essendone forse abitato nell'animo.
La sentenza più bella per condensarla viene fornita dal libretto, quando gli fa pronunciare "E se accusarmi il mondo vuole di qualche errore, mi accusi di pietà, non di rigore!"
Tito sente di essere circondato da un mondo e da uomini deboli. Il suo perdono estremo non è una debolezza, anzi... direi che è invece l’unico atto di forza, perfino di potenza, in mezzo alle debolezze degli atti vili e della crudeltà di cui si è trovato circondato (“Vediamo se più costante sia l'altrui perfidia, o la Clemenza mia…”).

E’ una pagina di alto teatro, forse la più alta coeva, apparsa precocemente in un secolo in cui non era stata ancora affrontata fino a tal punto la manifestazione e l’espressione del dramma personale, laddove la riproduzione degli affetti e dei moti dell’animo erano affidati invece all’arte ed alla tecnica eccelsa. Forse varrà di più questa considerazione, se detta da chi invece, come me, proprio nel ‘600 e nel ‘700 ha sempre trovato il suo massimo piacere sia artistico che spirituale.

sabato 30 gennaio 2010

Ferdinandopoli nello spazio. Sul Millenium Falcon.

L’idea è troppo bella per non essere seguita fin dove può arrivare, e per lasciarci con un sorriso a pensare appunto a dove porterà.
Trovare corrispondenze può essere il risultato di osservazioni quanto di intuizioni, e parlarne dopo serve spesso a costruirci intorno un sistema di riferimenti che fanno da impalcatura ad un concetto che prima non c’era, che ora c’è, e che in questo modo sembra esserci sempre stato, solo che qualcuno doveva ancora scoprirlo.
Non so se sia questo il caso, ovvero se un disegno sconosciuto l’abbia generata da molto tempo e l’abbia finora tenuta nascosta, ma è sicuramente il caso di farla conoscere.

L’idea è quella di una scrittrice per bambini, Angelica Del Vecchio, che probabilmente nel suo lavoro di docente un giorno si è soffermata su un’antica piantina di quella che sarebbe dovuta essere (e non ha fatto in tempo a diventare) la mitica Ferdinandopoli, ed ha visto qualcosa che finora nessuno aveva visto.
E del resto, non sarebbe stato facile per nessuno, trovarci una navicella spaziale.
Facciamo vedere subito di cosa si tratta: eccoli messi fianco a fianco, da una parte il disegno che gli architetti di Ferdinando IV svilupparono per far nascere l’espansione urbanistica della tenuta di San Leucio, che doveva divenire Ferdinandopoli, e dall’altra un’immagine del Millenium Falcon, l’astronave-simbolo della trilogia classica di Guerre Stellari di George Lucas.





















Adesso, come sempre accade, tutti possono vederne  la corrispondenza, la strada è stata aperta, ed è facile chiedersi anche come mai sia rimasta nascosta finora, e cosa questo significhi, ed ogni altro pensiero che ne consegue, ma qui, per ora, vogliamo solo fermarci a guardare, con lo stupore che merita.

Chissà se Ferdinando, quando cominciò a concepire l’Utopia di Ferdinandopoli, oggi ricordata perfino come la prima tentata esperienza di comunità socialista d’Europa, qualche volta avrà sospettato di aver avuto un’idea così avanzata da potersi proiettare un giorno perfino nello spazio.


E chissà se George Lucas, quando (per caso?) scelse per due volte la Reggia di Caserta come location per il Naboo Royal Palace (Star Wars Episode I: The Phantom Menace) e per girarvi alcune scene in Star Wars Episode II: Attack of the Clones, si accorse per un attimo di aver scelto il sito su cui era già stato disegnato, millenni prima, il suo Millenium Falcon, quasi che dovesse ora posarvisi, trovando quasi un richiamo naturale nelle tracce rimaste sul terreno della Ferdinandopoli mai costruita.

Da una parte, la piazza della seta al centro, il portale settecentesco, i quartieri con le case operaie (in ognuna delle quali vi era acqua corrente e servizi igienici, ed un telaio per la seta), lo stile razionale e funzionale, i decori semplici, le figure geometriche regolari che seguono i livelli del terreno, il teatro, un ospedale, la cattedrale: con questa prospettiva urbanistica, la comunità leuciana cominciò la sua vita con oltre 200 persone, ed una organizzazione tecnica da città industriale interrotta seccamente soltanto dalla rivoluzione francese.
Dall’altra, la piazza al centro è quella per le stazioni di comando, le sezioni con gli alloggi e gli armamenti razionali e funzionali alla navigazione, le figure geometriche che seguono i livelli dell’aerodinamica aerospaziale, ed una rivoluzione nemica che anche qui ne minaccia le prospettive…

Credo che lavorare con e soprattutto per i bambini faccia vedere cose che ad occhi ormai adulti  sfuggono…” ci dice Angelica, “Perdiamo lo stupore, a stento ricordiamo di averne viste così tante, di queste corrispondenze, di cui è fatto anche il nostro mondo, non solo quello dei bambini… spesso, senza neanche rendercene conto, ci ritroviamo curiosi ed “affamati” di meraviglia… eppure basterebbe solo riuscire a ricominciare a viaggiare di nuovo con gli occhi delle fantasia, ‘cambiando il nostro sguardo’ ed allargandolo, per esplorare meglio e più a fondo il mare immenso delle sensazioni, dei significati e delle percezioni palesi e nascoste, concedendo un po’ di più alla nostra capacità di Scoprire, dentro e fuori di noi. Mi piace pensare che in una notte di qualche secolo fa un bambino, precocemente diventato Re, abbia sognato di viaggiare nello spazio su un astronave, e che oggi qualcun altro abbia fatto lo stesso sogno, magari proprio George Lucas, dandogli finalmente forma, vita e colore…

Tracciamo una strada, dunque. Da un sentiero di San Leucio salirà fino a qualche pianeta troppo lontano per averlo anche sentito nominare.
Forse quello che davvero hanno in comune, è la potenza dell’immaginazione, quella che è rimasta sulla carta e nella mente di Ferdinando IV, quella che è stata trasformata in un simbolo della “settima arte”, e quella di chi ha saputo vederle tutte insieme.

sabato 19 dicembre 2009

Shhh, diamine! Un po' di silenzio... c'è Bach


Quando ci si ritrova di fronte ad un monumento troppo grande per essere discusso organicamente, a volte conviene abbassare lo sguardo dal punto su cui convergono i riflettori, e girarci attorno, alla ricerca di qualche particolare che ne faccia comprendere aspetti che sotto la luce delle lampade troppo forti, spesso scompaiono. È il caso della serata dedicata alle Cantate Sacre ed al Magnificat, che l’Associazione Scarlatti questa volta ci ha presentato:
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mercoledì 16 dicembre

Auditorium Rai

Ensemble Akademia

Françoise Lasserre Direzione

Johann S. Bach

Cantata “Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen” Bwv 12
Cantata “Jesu, Der Du Meine Seele” Bwv 78

Magnificat in Re Maggiore Bwv 243
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Quando Bach firmò il contratto con la Chiesa di Lipsia, accettò una clausola secondo la quale la sua musica non sarebbe dovuta essere «troppo operistica».
Il senso era quello voluto dai pastori luterani: creare una distanza molto precisa, anzi nettissima, fra la cultura del teatro e quella della chiesa, ovvero dare l’idea forte, a coloro che si apprestassero ad assistere a una funzione, di trovarsi in un luogo sacro, dove non poteva ascoltarsi quella musica profana che evidentemente stava prendendo piede.
C’è da dire che in effetti, una cosa che colpisce di Bach, è che fra i maggiori compositori europei suoi coevi, è stato l’unico a non scrivere opere per il teatro.
Premetto che sono d’accordo con quanti sostengono che se Bach, anziché in provincia e fuori dai giri delle avanguardie, avesse trovato un posto magari alla corte di Dresda o nella mondana Amburgo, di certo avrebbe scritto non 4 ma 400 suites strumentali, qualche centinaio e non qualche decina di concerti per strumento solista, qualche melodramma e magari nessuna delle 200 cantate sacre… e tuttavia, considerarlo "fuori" dal concetto del teatro, è solo apparenza.
Se ci sforziamo un po’ di ritrovarci in una messa del 1723 a Lipsia, infatti, le cose si guardano diversamente.
Non esisteva nemmeno un solo teatro, in quegli anni, a Lipsia: quando Handel e Scarlatti riempivano altri luoghi, meno provinciali, l’unico possibile spettacolo a Lipsia era la funzione della domenica mattina, che quindi ricomprendeva anche quella del divertimento e della ricerca musicale.
Capire questo mi sembra fondamentale.
Le cantate non duravano nemmeno mezz’ora, ed il problema che dovette farsi il “Kantor” Bach fu soprattutto quello di riuscire con ogni mezzo lecito a catturare letteralmente l’attenzione del pubblico, e come tale non dobbiamo certo pensarlo paragonandolo a quello di oggi, con lo stesso livello di devozione… immaginiamo un pubblico abituato ad arrivare in chiesa magari soltanto nel momento in cui dovevano sentire il sermone, non molto di più, e aduso ad impiegare il resto del tempo fuori dalla chiesa, per salutarsi o scambiare quattro chiacchiere, così come magari anche dentro, durante la funzione, distraendosi in continuazione, insomma trattando la messa un po’ come un’alternativa alla propria passeggiata, anche incuranti dell’eventuale disturbo per quei pochi che avrebbero anche voluto seguire la funzione. Pochi, in verità.
O magari immaginiamo l’attenzione concentrata soprattutto su eventi modaioli, cosa di cui lo stesso Bach testimonia ad esempio con una cantata straordinaria sull’evento più attraente del momento, la novità della scoperta e dell’uso quotidiano del caffè (provate ad ascoltarla qui).
Davanti a questa platea, possiamo allora immaginare come la preoccupazione di Bach forse poteva essere rivolta anche, e soprattutto, a cosa fare per non vedere la propria (eccellente) arte trattata in un modo così irriguardoso.
Che il rapporto fra il genere drammatico e quello sacro fosse stato già ampiamente esplorato e contaminato, non era una novità, e senza volervi entrare in modo specifico si possono rapidamente ricordare addirittura il Cantico di frate sole di San Francesco del ‘400, musicato, cantato e ballato forse addirittura dallo stesso Francesco, così come sarà un bell’esempio, ed anche molto "forte" pensare alla lauda “dei Peccatori” di Lucrezia Tornabuoni, cantata sopra l’armonia direi del tutto… profana di un canto detto “de’ votacessi” di Lorenzo il Magnifico…
Ebbene, torniamo al problema di Bach: convogliare l’attenzione, ed allargare lo spazio di riflessione dei fedeli, e perché no, dell’apprezzamento per la sua arte.
Di sicuro, all’inizio i padri della Chiesa di Lipsia avrebbero preferito l’antico canto gregoriano, rigoroso ed astratto, ma la sfida di Bach venne infine accettata da ecclesiasti in grado di comprendere il vero e proprio “potere” celato dentro la musica quasi operistica che vedevano nascere con le sue Cantate Sacre, così piena di attenzione al carattere dei personaggi, così umana e così più vicina anche al sentire concreto dei fedeli.

Fu così che si svilupparono, le Cantate, e fu così che oggi ci ritroviamo con un complesso produttivo enorme e di un valore che non voglio essere  in grado di dire.
Le due Cantate di stasera, Bwv 12 (ascoltatene qui una buona versione) e Bwv 78 (idem, eccone qui un ascolto), si manifestano a mio avviso come l’esempio massimo di una sintesi fra le difficoltà dell’esistenza dell’uomo, e la ricerca della pienezza della fede: insieme, sempre insieme, durante l’intero svolgimento della Cantata, queste due linee restano sempre inseparabili, eppure a pensarci la loro nascita e la loro distanza fra razionale ed irrazionale è totale, assoluta, proprio come la loro manifestazione di sofferenza e di gioia… qui sono due parti dello stesso concetto, della stessa vita, l’integrazione che solo in alcuni passi del Vangelo si può trovare così concepita.
Ed il suo Magnificat (qui ne troverete una versione dell'Amsterdam Baroque Orchestra diretta da Ton Koopman), infine, calato con tanta dimensione umana nel cantico del primo capitolo del Vangelo secondo Luca (1, 39-55), con il quale Maria loda e ringrazia Dio perché è sceso a liberare il suo popolo, fa il resto: pensando anche ai Magnificat di Cavalli, Monteverdi o Vivaldi, non possiamo non ammirare l’introduzione di colori e stili vocali tipicissimi dell’opera settecentesca, elastici, complessi e perfino galanti.
Potremmo perfino ipotizzare che oggi, in certi ambienti, si sarebbe potuto perdere tanto genio sotto l’accusa del mancato… rispetto delle clausole contrattuali!
In proposito, mi viene in mente una domanda... ma sarà da considerarsi "musica sacra" quella che viene ospitata in un luogo sacro, quella che fornisce una determinata qualità dell’interpretazione, o ancora soltanto l’opera artistica che si esegue?
Vorrei ricordare anche che questo non era un tema di poco conto, già all’epoca delle Cantate Sacre. Lo vedrei, anzi, come uno degli sviluppi dello scontro fra le chiese cattolica e luterana, ed ancor più, concettualmente, come una domanda che ci si potrebbe fare anche oggi, di fronte a molte manifestazioni del Potere, ovvero quanto il Potere stesso è disposto a fare “cessioni di sovranità”, in questo caso verso la musica, concedendole libertà di espressione piuttosto che imporre regole ferree.

sabato 12 dicembre 2009

Uno zefiro nella notte di S. Elmo

giovedì 10 dicembre 2009
Auditorium di Castel Sant’Elmo

Ensemble Zefiro
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Wolfgang A. Mozart

Serenata in do minore K. 388 - “Nachtmusik”

Serenata in si bemolle maggiore K. 361 - “Gran Partita“
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Entriamo nell’auditorium un po' presto, così abbiamo il tempo di guardare... e per guardare le note che stanno per arrivare, bisogna entrare in qualche strada ed in qualche giardino di Vienna. Basteranno poche tinte, il quadro è già magnifico di suo.

E' l'autunno del 1782.
L’Imperatore Giuseppe II torna dall’Opera, e continua a far riecheggiare fra sé e sé le arie nuove che più gli erano piaciute.
A Palazzo per qualche giorno ancora rimane a pensarci, forse noi oggi potremmo immaginare di accendere una radio o un iPod per riascoltarle, ma purtroppo Giuseppe II non può aspettare ancora tanto tempo, e così dà vita alla propria "K. K. Harmonie".
La Harmonie, nata per questa esigenza di riascolto quasi immediato della musica portata sulle scene in quegli anni, fosse d’Opera, d’alcune Sinfonie o dei Balletti più in voga, consisteva nella sua formazione classica di un complesso a fiati di otto esecutori, diventato molto presto una vera moda presso molte corti europee, capaci finalmente di riascoltare nei propri salotti ogni novità, soprattutto sotto forma di “divertissement", colta in giro per i teatri.
La forma era quasi sempre quella dell’arrangiamento (se ne contano ventidue solo per il Don Giovanni…), che con legni ed ottoni apparve acquistare la sua tecnica migliore.
L’attività dell’Harmonie viennese, ed in particolare dei suoi oboisti Wendt e Triebensee, esplose subito con un successo tale da far concentrare anche Mozart sul fenomeno, dedicandole la maggior parte delle sue composizioni per fiati, ma non lasciandosene scappare anche il suo aspetto evidentemente redditizio, se è vero che in una delle sue Lettere al padre, nel momento stesso in cui gli annuncia la composizione del Ratto del serraglio, aggiunge che dovrà subito preparare anche la versione per l’Harmonie, prima che qualcun altro lo faccia al suo posto e ne tragga profitti…

Ma leggiamone anche un’altra, di Lettera al padre: è del 3 novembre 1781, giorno del suo onomastico, ed è quella in cui inventa la parolina magica: "Alle 11 di sera ricevetti l’omaggio di una “serenata” (Nachtmusik) per 2 clarinetti, 2 corni e 2 fagotti. E di una serenata di mia composizione! Questa musica l’avevo composta il giorno di Santa Teresa (15 ottobre) per la cognata del signor Von Hickel, nella cui casa venne infatti eseguita per la prima volta. I sei esecutori sono dei poveri diavoli, che tuttavia suonano molto benino insieme, specialmente il primo clarinettista e i due cornisti. Ma il motivo principale per cui l’avevo composta era quello di far sentire qualcosa di mio al signor von Strack che frequentava quotidianamente quella casa. Perciò l’ho scritta con un certo criterio, ed infatti ha avuto molto successo. La notte di Santa Teresa l’hanno eseguita in tre luoghi diversi: appena finita di suonarla in un posto, gli esecutori andavano altrove, ricominciavano e venivano pagati. Quei signori, fattisi aprire le porte di casa mia, si sono sistemati in cortile, e proprio mentre stavo per svestirmi, mi hanno molto piacevolmente sorpreso con il primo accordo in mi bemolle".

La nachtmusik offerta questa sera dalla Scarlatti, è la Serenata per fiati in do minore dell’estate del 1782, arrivata in un mese, quello di luglio, pieno di avvenimenti nella sua vita: il felice debutto del Ratto del Serraglio, il trasloco nella nuova casa di Roten Saben alla Hohe Brucke, il matrimonio con Constance Weber...
Ma l’atmosfera turbata di questa nachtmusik non sembra rievocarne alcuno, anzi: quattro tempi di sentimenti tragici ed appassionati, malinconici e contemplativi che non sembrano appartenere che a qualcosa di più intimo, ma che non ci è dato di conoscere, di quello stato d’animo.
E contemporaneamente, potrebbe anche essere vista come uno sradicamento assai raro dall’intera tradizione di genere, mai così complessa e strutturata come in questa occasione.
Una sorpresa, come spesso accade. Una pietra preziosa di un colore diverso rispetto alle gemelle contenute nello stesso astuccio in cui per anni erano state posate.

Tra il febbraio e l’aprile dell’anno precedente, invece, arriva quella pagina che è forse il tour de force più sorprendente per gli strumenti a fiato mai concepito, la Serenata in Si bemolle maggiore n. 10 per tredici strumenti "Gran Partita".
È il periodo in cui Mozart si trasferisce in quella Vienna che vedeva come “il miglior luogo del mondo” per il suo mestiere, e concepisce un’altra serenata lontana dai canoni della tradizione, stavolta quanto un cielo stellato notturno dalle prime ore della sera.

L’Ensemble zefiro si cala in questa notte con strumenti ed esecuzioni ai quali, per completare il quadro, mancherebbe soltanto il rumore discreto della ghiaia sotto ai piedi di un giardino viennese, magari di quel giardino del dott. Mesmer nella Landstrasse che piacque anche al Maestro… e magari nei bis concessi ci saranno regalati anche due entusiasmanti arrangiamenti da Harmonie puri, come “Non più andrai, farfallone amoroso” (Le Nozze di Figaro) e l’ineffabile “Là ci darem la mano” (Don Giovanni)

lunedì 16 novembre 2009

La Vita dopo la vita.


Sono passate solo poche ore. Non si sa bene il motivo, potrebbe essere stato qualunque, ma tutto intorno non c'è più anima viva.
Non so se si possa dire proprio “anima viva”, perché in effetti è un'espressione molto limitata: è soltanto il genere umano ad essere scomparso, non altro, non la flora, non la fauna… pur non volendo aprire un dibattito sull’esistenza dell’anima fa gli altri esseri viventi che popolano la terra, suona comunque male.

Sono scomparsi gli uomini.
Le case sono vuote, le città deserte, le comunicazioni terminate. L’animale che negli ultimi millenni aveva abitato il pianeta Terra da dominatore, non c’è più.
Aveva sconfitto o sottomesso gli altri animali, aveva saputo domare il fuoco e costruire strumenti che lo avevano reso cittadino privilegiato grazie ad una qualità che fu poi chiamata tecnologia, aveva percorso migliaia di anni per mare, per terra e perfino negli ultimi decenni per aria, in qualche modo; ed ora non c’è più. Non importa il motivo, non si sa se per cause naturali o autoindotte dal nostro sistema tecnologico o immunitario, se per una qualunque profezia a scelta fra quelle Maya, dell’Apocalisse o Mahditiche, o perchè ci siamo ritrovati una mattina a dover abbandonare tutto per presentarci al Giudizio Universale. Non c’è più.
Dopo la nostra scomparsa, le luci hanno presto cominciato a spegnersi, ovunque.
Senza la mano dell’uomo, i tre quarti dell’energia prodotta che derivano dalla combustione non sono durate che qualche giorno; qualche centrale nucleare sarebbe potuta anche rimanere accesa per altri 20 anni, in teoria, ma dopo soli 2 giorni si sono già tutte spente a causa della procedura automatica di sicurezza, così come le eoliche, per l’assenza della manutenzione alle turbine, e così adesso la luce è di nuovo quella che nessuno di noi metropolitani ha mai conosciuto, nemmeno per una sola volta. Quella delle stelle.
Ricordo di averla vista soltanto una volta, in una zona molto isolata della Croazia, e fu una rivelazione assoluta, come capire in un solo, inaspettato attimo, cosa doveva essere il mondo soltanto pochi decenni fa, e realizzare all’istante il motivo per il quale avevo visto mappe medievali del mondo sulle quali il cielo era disegnato come una cupola appoggiata sulla terra e traforata di stelle: perché è esattamente questo, ciò che vedono gli occhi.
C’è come una semisfera che si appoggia chissà dove all’orizzonte, e quegli infiniti e luminosissimi punti talmente numerosi da produrre una luce sorprendente, ed ogni costellazione sembra disegnata a mano… ecco perché era così facile navigare, ecco perché tanti viaggi sono stati magari un po’ meno avventurosi di quanto si possa pensare: lì sopra ci sono tracciate strade, direzioni, perfino suggerimenti e idee.
E poi, il silenzio.
Nessuno immagina cosa sia, in città, il silenzio, perché noi lo abbiamo sempre considerato soltanto come l’assenza del rumore.
Questo silenzio invece è quello che spesso ascolta colui che vive fuori dalle città, e non è certamente nessuna mancanza di decibel, è solo la qualità ad essere diversa: vento, animali, foglie, tuoni, altro che assenza di rumore…
Intanto, ogni struttura edificata dall’uomo comincia a chiedersi cosa fare delle sue molecole artificiali.
Molte città vivono sopra gallerie costruite per fognature e metropolitane sotto il livello della falda freatica; nell’ex città di New York erano aperte a ritmo costante oltre 700 pompe sempre in funzione solo per tenerle libere dall’acqua.
Sono passate solo poche settimane, il “nostro” vecchio cibo ormai si è avariato, ed ha portato un primo cambiamento di quelli che cominciano ad essere evidenti: la fauna… nelle prime settimane c’è stato un banchetto di animali infestanti, quelli che facevano sempre tanto schifo agli uomini, ma dopo pochi mesi si sono dovuti ritirare, ed a prevalere è stato un aspetto decisamente selvaggio.
Sono ritornati i predatori.
Lupi, coyote, linci… non ci hanno messo molto, nemmeno un anno: nelle città ancora integre la natura comincia già a dare il Segno di quello che, si capisce bene, sarà il sopravvento definitivo.
La vegetazione sta conquistando ogni crepa, come quando quelle che noi chiamavamo erbacce entravano in ogni anfratto, con una potenza riproduttiva invincibile. Inizialmente, cominciano ad apparire soprattutto distese di verdissimi trifogli, o loro colleghi particolarmente bravi a convertire l'azoto in sostanze nutrienti: è il caso di dire che la natura si sta preparando il terreno…
Sono arrivati anche i primi fra quegli animali che eravamo abituati a studiare solo sui sussidiari: cervi ed orsi pascolano nelle prime aree riconquistate, e da ora a solo 5 anni le strade saranno ormai ricoperte dalla vegetazione e dalla loro presenza, le strisce nere e grigie di asfalto spariranno in un tono di verde che probabilmente nessun urbanista aveva pensato di inserire nei vari piani PUC, PEEP, PUA, PP e quant’altri.
Sono passati già 20 anni, e qui possiamo anche fermarci un attimo con la fantasia, perché c'è già la realtà: dobbiamo trasferirci per un attimo a Pripyat, che una volta era una moderna città ucraina di 50.000 abitanti, e che nel 1986 ha avuto l’unica colpa di trovarsi troppo vicino al reattore 4 di Chernobyl: colpita dal disastro nucleare, fu completamente evacuata, e da allora è rimasta disabitata e inabitabile. Ci sono molte immagini ed alcuni reportage in rete, conviene dare uno sguardo dal vivo per farsi un’idea precisa.
Se “dal vivo” si può dire.
Dai 20 ai 40 anni dopo insomma, tutto ha assunto definitivamente l’aspetto classico della città fantasma, gli animali hanno nidificato fra gli edifici, le strutture sono completamente in rovina, ed in campagna la natura comincia a cancellare ogni traccia della presenza umana. Molte città sono già sparite, sommerse dalle acque come Londra, che si proteggeva dalle maree con barriere artificiali, per non dire di Amsterdam…

I palazzi di acciaio e cemento sono ancora in piedi, ma le case in legno già possono dirsi del tutto in rovina; quelle in pietra no, ma provate a chiedere agli ingegneri quante e quali siano… e poi, anche per loro, è solo questione di tempo.
Tracce di decadenza appaiono perfino sulle opere più imponenti, come mostra l’evidente deterioramento del ponte di Brooklyn ormai senza manutenzione, dove i cavi di acciaio tornano ad essere ossido di ferro, volgarmente detto processo di corrosione: anche per lui, polvere alla polvere, cenere alla cenere...
Ricordo che sul Golden Gate erano sempre operativi ogni giorno 38 imbianchini con tonnellate di vernice arancione da applicare senza sosta, oppure i cavi per la ruggine si sarebbero spezzati e tutto sarebbe crollato: beh, manca poco.
Sono passati 75 anni, ed ora 600 milioni di automobili sparse ovunque appaiono solo rottami arrugginiti.
I tunnel delle metropoli allagati fanno crollare le volte e le strade soprastanti, i palazzi sono tutti colonizzati da animali di taglia piccola, e quindi soprattutto dai gatti, che dopo 150 anni hanno preso il temporaneo sopravvento, cosa di cui confesso di essere particolarmente compiaciuto.
Gli oceani sono tornati ricchi di vita... per la fauna marina è stata una vera goduria, hanno smesso da tempo di fare da dispensa e da discarica...
200 anni. Le opere in ferro e acciaio stanno crollando, la Tour Eiffel già non c’è più, se non come ammasso di rottami, e di qui a 500 anni il cemento mostrerà la differenza di tenuta con quello che invece usavano gli antichi romani: rispetto al loro, il nostro, in calcestruzzo e barre di acciaio, ha già perso l'alcalinità e si è corroso, dilatandosi e sgretolandolo dall'interno…
Mille anni. Mille e non più mille... nessun edificio disegna nel cielo nessun paesaggio antropizzato. Nessuna traccia di attività umana, solo la fittissima vegetazione ed il ristabilito, antico ciclo idrogeologico… i fiumi fanno i fiumi, i mari fanno i mari, i laghi sono laghi.
Guardo questo panorama che ha ricoperto quasi ogni traccia visibile del nostro passaggio terreno dopo così poco tempo, e ricordo che qualcuno ostinatamente si chiedeva, fra gli uomini, cosa sarebbe rimasto della nostra storia e cultura, insomma i popoli futuri se non anche eventuali alieni o forme di vita extraterrestre, cosa avrebbero saputo di noi, come magari noi sappiamo qualcosa, un po’ di cose, su chi ci ha preceduto?
Pensiamo un attimo a cosa abbiamo affidato questa memoria. La carta e la pellicola fotografica hanno una vita media di 300 anni, se mantenute a livelli costanti di umidità, altrimenti non più di 150. Le pergamene del Mar Morto, per intenderci, sono arrivate a noi oltre 2000 anni dopo come eccezione, a causa delle condizioni particolarmente favorevoli del clima secco e della mancanza di luce.
I supporti digitali, i vari cd e dvd, durano dai 30 ai 200-300 anni.
Sono numeri infimi: se fosse sempre stato così non avremmo conosciuto nemmeno la storia egizia. La conosciamo invece, perchè è stata scolpita nella pietra, non masterizzata su un CD o scritta su carta.
Sembrerà paradossale, ma nonostante le conoscenze e la tecnologia, non abbiamo trovato un solo materiale che sia più durevole dell'argilla o della pietra...
Anzi no, mi correggo, uno c’è: l’unica speranza di tramandarci durevolmente attraverso un materiale tecnologicamente “nostro”, è nella magnifica e soffocante invenzione più immortale dell’uomo: la plastica, per la quale sicuramente prima che i microbi si evolvano per biodegradarla, ci vorranno almeno qualche centinaia di migliaia di anni. Evviva.
Resta ancora, però, la domanda che molti si facevano, mille anni fa: possibile che l'umanità sparisca senza lasciare traccia?
Cercando di ovviare a questo pensiero evidentemente insopportabile, alcuni scienziati pensarono che le emissioni radiotelevisive sparate nello spazio sarebbero potute essere colte da intelligenze che avrebbero potuto captarli e così conoscere la nostra presenza e capire le nostre esistenze: beh, pare che queste emissioni dopo 2 anni luce si siano già trasformate in rumore indistinto.
Quanto alla Placca del Pioneer 10, in alluminio ed oro anodizzato, con le sue figure ed i disegni che dovrebbero fornire cenni di noi a forme di vita extraterrestre, che ora si trova a circa 5.626 milioni di chilometri dalla Terra in viaggio a 12Km al secondo per raggiungere la stella rossa gigante di Aldebaran fra 2 milioni di anni, beh, è solo una scommessa, un messaggio in una bottiglia abbandonata nell’Oceano Universo, e nulla più.
Quale testimonianza del passaggio dell'uomo è rimasta, dunque? Le opere architettoniche più colossali se ne sono andate, anche l’unica famosa per essere visibile dallo spazio, la muraglia cinese, dopo qualche centinaio di migliaia di anni; la piramide di Giza, la diga Hoover, le sculture del monte Rushmore sul granito massiccio dopo 100.000 anni…
Il pianeta, lui si, sopravviverà senza problemi, anzi con molta maggiore facilità e respirando anche meglio, ma con ogni probabilità niente e nessuno potrà raccontarne la storia. La “storia” che conosciamo noi, intendo.
Non sarò elegante, ma il primo pensiero, di fronte a tanto desiderio di sopravvivere a noi stessi, e di chiedersi cosa resterà di noi, è molto semplice: e chi se ne frega?
È talmente rassicurante, il pensiero del ricongiungimento alla natura, sebbene attraverso il nostro inglobamento fisico nel suo disegno, sconosciuto e probabilmente destinato a rimanere tale, che tutti questi sforzi di sopravvivere a noi stessi perdono di senso. Come se sopravvivere significasse esistere al di là delle leggi naturali. È una palese contraddizione, ma non basta a frenarci: noi vogliamo assolutamente che qualcuno sappia di noi. E contemporaneamente, quasi nessuno vive la sua vita se non come se fosse appunto la “sua”, l’unica che conta.
La scomparsa dell'uomo rientra con ogni probabilità nel ciclo naturale dell'esistenza: sui 4,5 miliardi di anni d’età della Terra, cosa rappresentano le nostre poche decine di migliaia?
E' come se la nostra avventura fosse durata solo 30 secondi nell’arco di un’intera giornata, mentre pensiamo che il nostro antropocentrismo possa “antropocentrare” perfino la storia del pianeta Terra, quando lui non solo non si accorgerà che a stento del nostro passaggio, ma anzi è probabile che non vedrà l’ora di cancellarne le tracce.

domenica 20 settembre 2009

Valmy, questione di dettagli.



Soffermiamoci un attimo sull'idea che in molti degli episodi passati alla storia come decisivi, ci siano stati dei dettagli all'apparenza poco significativi o del tutto secondari, magari anche insoliti, senza i quali tuttavia forse la Storia se ne sarebbe andata per un'altra strada.

Il primo che mi viene in mente è quasi obbligatorio, sia per una memoria costante dai tempi dell'Università cui rendere giustizia, sia perchè oggi è proprio il suo anniversario: la battaglia di Valmy, 20 settembre 1792.

Ricordo che il primo testo sul quale cominciai a leggerne fu quello, incomparabile, di Albert Soboul, il quale offriva già numerosi spunti da seguire per dettagli che potevano apparire secondari: parliamo dunque di Valmy, e sveliamone uno, per quanto, come dire... inelegante.

La battaglia di Valmy è senza dubbio una delle più studiate di ogni epoca, ed è stata analizzata infinite volte con riguardo al suo sviluppo tattico ed alla centralità nella definizione degli equilibri della Rivoluzione francese.

Non abbiate paura, non ne parlerò affatto.
Anche perchè, al contrario di quanta propaganda ne fece Johann Wolfgang von Goethe, che trovandosi lì presente come osservatore commentò il famoso “In questo luogo e in questo giorno comincia una nuova era nella storia del mondo”, dovrei dire che secondo me, in realtà, l'eredità degna di maggior nota di Valmy, dal punto di vista storico, fu invece un'altra: gli straccioni di Valmy furono il più potente stimolo alla trasformazione dell'esercito in coscrizione obbligatoria. Con la conseguenza che prima di loro, la vita dei soldati andava pagata, i mercenari erano la regola, insomma, c'era un prezzo, la vita insomma aveva un valore; dopo di loro, la moneta fu sostituita dall'ideologia: la vita umana non valeva più nulla, perchè inglobata dall'ideologia nazionalista... so bene quanti e quali critiche potrebbe comportare quello che sto dicendo, ma sono disposto ad affrontarle tutte, ed anzi non chiederei altro. Fatevi sotto.

Tuttavia avevo promesso un dettaglio.
Al di là dello slancio e del coraggio imprevedibile delle truppe di Dumouriez e Kellermann, il fatto che la disposizione tattica vide prevalere la fanteria francese alla cavalleria alleata fu dovuto anche e soprattutto, ebbene si, al clima.
Anzi, per meglio dire alle condizioni meteorologiche di quel 20 settembre e dei giorni precedenti: gli alleati che avanzavano per dispiegarsi in formazione nei pressi del mulino trovarono ad accoglierli una campagna francese abbondantemente bagnata dalla pioggia; lo stesso Goethe ne subì qualche conseguenza, se è vero che fu colpito dalla cosiddetta febbre da cannone, una malattia rara da cui pure guarì (1).
Le due conseguenze più dirette delle avverse condizioni meteorologiche dunque furono:
  1. un terreno appesantito che aveva costruito condizioni assai più difficili per la movimentazione dei cavalli che non per quella dei fanti;
  2. in maniera ancor più determinante, e meritevole del nostro Oscar del Dettaglio: l'epidemia di... dissenteria, tra le file austriache, con conseguente stanchezza e debilitazione dei soldati, causata dalla cattiva alimentazione dovuta anch'essa al difficile approvvigionamento alimentare, sempre per colpa delle condizioni del campo di battaglia.
Non vorrei sembrare blasfemo, ed invito ora tutti voi a non cambiare il vostro ricordo degli eroi di Valmy sostituendolo con immagini meno... eroiche. Ma è ciò che ho ricordato durante il temporale di stanotte, e sotto la pioggia che anche questo 20 settembre è arrivata.

Mai dare battaglia senza prima studiare il terreno, e magari dare uno sguardo alle previsioni meteo...
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(1) della febbre di Goethe vi è notizia in Ernst Jünger, Das Wäldchen 125 (trad. it: BOSCHETTO 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918, Ugo Guanda Editore, Parma, 1999), a pagina 41.

martedì 1 settembre 2009

Gli Unni e l'ipertrofia moderna

"E' minor male non avere leggi, che violarle ogni giorno"
Preferirei saltare il riferimento all'attualità di questo proverbio, perché la cosa meriterebbe un'analisi multidisciplinare più approfondita, e forse condurrebbe a chiedersi se potremmo persino essere abbastanza vicini alla possibilità della fine di un altro ciclo storico nei sistemi di strutturazione della società, soprattutto occidentale, che dell'ipertrofia fa la sua stessa essenza.
Mi sembra infatti che vi sia un trait d'union che colleghi alcuni dei suoi principali aspetti e che si chiami appunto ipertrofia, dal discorso sulla gestione dei rifiuti, e dell'intero senso del ciclo produttivo industriale, a quello di una produzione normativa spesso, come in Italia, teoricamente eccellente, ma alla fine talmente sofisticata da sembrare fatta apposta per due ragioni: anzitutto per creare le sue stesse interne possibilità di autoelusione, e per essere gestita e manutenuta dal potere, soprattutto economico.

Attenzione alle ipertrofie... sono molte le cose che generano mostri, e sono ancor più i pericoli che i mostri generino altri mostri ben peggiori di loro stessi, verrebbe da dire. Ma quello che vorrei ora, è soprattutto far emergere un filo che collega molte cose, ed è per questo che a tutti coloro che sono così convinti dell'inevitabile incedere di questo tipo di progresso vorrei raccontare qualcosa che si trova in una eccellente Historia, scritta da Prisco di Panion, uno storico bizantino di lingua greca, di cui racconterò qui un episodio accaduto durante la sua esperienza nell'accampamento di Attila in qualità di ambasciatore nell'anno 448.
Converrà tornare prima o poi anche su una piccola storia degli Unni e del loro condottiero, Attila, perché è senza dubbio un altro argomento che consente di scoprire notevoli divergenze, rispetto a quanto la tradizione (solo la nostra, naturalmente...) ci ha tramandato...
Ebbene, dopo aver assaggiato il vino offerto dalla moglie di Onigesio, ed in attesa di incontrarsi con le ambascerie alla corte di Attila, Prisco si aggirava per il campo unno, finchè si senti chiamare con un saluto greco: "Kaire!"
Prisco sobbalzò... qualcuno conosceva il greco in un campo unno, qualcuno con cui era possibile parlare senza interpreti, e certo la cosa gli sembrò strana, eppure si trovò di fronte proprio un greco, o meglio un abitante dell'impero romano di lingua greca, che prese a raccontargli la sua storia, quella di un mercante di Viminacium, una colonia romana  nei pressi del Danubio proditoriamente consegnata per tradimento del suo vescovo, otto anni prima, nella mani dell'invasore unno.
Ebbene, trasferitosi presso gli unni, il greco (di cui purtroppo non conosciamo il nome) si era non solo adattato al loro stile di vita, ma aveva anche guadagnato alcuni meriti, tanto che potè addirittura sposare una donna ricca della loro tribù.
Prisco si meravigliò molto della serenità con cui il greco gli raccontava la sua vita, e soprattutto rimase inevitabilmente attonito al pensiero di come fosse possibile che un "civilizzato" potesse riuscire ad integrarsi fra quei barbari da cui, come egli stesso sosteneva, non sarebbe tornato assolutamente indietro per rientrare nella società romana.
Prisco, da ottimo romano, non nascose il suo sdegno per quella che era chiaramente una scelta razionale, e lo esortò a riflettere... ma come, Roma è la patria del diritto, è la patria della civiltà... pensa a cosa hai lasciato in termini di cultura, di usi e di costumi, di raffinatezza, di civiltà politica e giuridica... come si poteva non avere nostalgia nè rimpianto per tutto questo?
Il mercante si commosse, al ricordo di tutto questo, e riconobbe anche che le leggi dei romani erano state istituite in un tempo in cui grandi uomini di profonda saggezza avevano pensato al bene comune, certo... ma poi si riprese, e rispose che queste leggi così giuste e lungimiranti, nella prassi erano state ormai troppo spesso tradite, dai funzionari e dai governanti di Roma: i processi erano diventati interminabili, e finivano sempre per dare ragione al ricco e torto al povero; inoltre le tasse opprimevano ogni cittadino ed impedivano una libera attività di commercio che potesse dare soddisfazione, e la corruzione, come sanno tutti, nell'Impero era la pratica più diffusa ad ogni livello, e quindi, dalla teoria alla prassi, dall'ideale alla realtà, c'era ormai un abisso incolmabile, e perciò, senza dubbio alcuno, per lui si stava meglio tra gli Unni...


Può l'uomo medio civilizzato italiano del ventunesimo secolo almeno non porsi la stessa domanda?
Quanto è davvero assurdo ipotizzare che sia meglio la barbarie destrutturata degli unni, che una civiltà raffinata ma così complessa da creare una serie infinita di distorsioni del giusto, a partire proprio da settori come tasse ed amministrazione della giustizia, un tempo massimo vanto dell'Impero?
E se assommiamo le altre, quotidiane ingiustizie di cui facciamo esperienza quotidiana, siamo in grado di raccogliere la sfida della domanda di Prisco?

venerdì 14 agosto 2009

Auguri.

È uno sguardo disattento, quello con cui lui la cerca.
Ma la sua apparente distrazione ha il significato opposto; l’andare a cercarsi anche senza intenzione, il posarsi degli occhi sull’altro nei momenti meno attesi, quando magari sta pensando proprio solo ai fatti suoi, è proprio il bisogno di sapere che in qualche modo l’altro sta lì, dove basta girarsi un attimo, per trovare un sorriso che rientra nei colori più caldi del giorno, così come li si immagina nella notte. (Continua qui)

mercoledì 12 agosto 2009

Elegia Aglianica

Oggi non posso farne a meno, devo parlare di un funerale.

Il problema è che non so esattamente di chi o di cosa, forse di tante persone e di tanti buoni propositi; l’unica certezza che ho è che ci sono molte più persone nella bara di quante siano a seguirne il corteo. Cominciamo dalla Notizia.

Leggendo una nota della Pro-Loco di Taurasi (Av) di pochi giorni fa, apprendo che la XI Fiera Enologica, che si sarebbe dovuta svolgere dal 12 al 16 agosto 2009, “è stata annullata a seguito delle limitazioni della legge 7/7/2009 n. 88”... (Continua qui)

sabato 11 luglio 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 6

Il Teatro Festival è terminato, ma non lo è qualche suo percorso suggerito e rimasto a giacere da qualche parte, nella memoria, per riaffiorare magari camminando per i decumani.

Seguitemi, dovremo scendere qualche metro sotto i nostri passi, accendete una candela magari, ma venite a toccare il suolo e le pareti di quello che potreste avvertire da subito con la stessa forza di un culto ctonio.

Bisogna ripartire da una scena del Teatro Sommerso... (Continua qui)

martedì 30 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 5


A volte bastano poche parole, e le mie in questo caso potrebbero essere: ci voleva.

Ci voleva una serata, uno spettacolo, ed aggiungerei un sabato così: la Partenope di Leonardo Vinci ha riconsegnato all'ammirazione della città di Napoli una delle sue più belle figlie, in un panorama già ricco di capolavori, soprattutto coevi.

In realtà, più che figlia, di Napoli la Regina-Sirena sarebbe addirittura la Madre... (Continua qui)

lunedì 22 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia /4


Dai sorrisi.
Comincerò dalla fine.
Ogni singola persona che ho guardato in faccia, durante e dopo gli applausi lunghissimi, aveva quel sorriso che viene da dentro, contagioso e leggero.
Ho fermato quell’istante, perchè mi piacerebbe che fosse un simbolo di ciò che si dovrebbe cercare in ogni teatro ed in ogni spettacolo.
È arrivato Le Carnaval Baroque, ed è arrivato volando alla stessa elevatissima altezza alla quale l’attendevo... (Continua qui)
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Des sourires.
Je commencerai par la fin.

Chaque personne dont j’ai regardé le visage, pendant et après les longs applaudissements, avait ce sourire qui vient comme de l’intérieur, un sourire contagieux et léger. J’ai arrêté cet instant, et j’aimerais qu’il soit comme un symbole de ce qu'on doit chercher dans chaque théâtre et dans chaque spectacle.

Il est arrivé le Carnaval Baroque...
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Je remercie pour la traduction Philippe Parichot et Viviana Limongi
Ringrazio per la traduzione Philippe Parichot et Viviana Limongi

sabato 20 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 3


"Un genio, prima di parlare, annusa".

Sarebbe facile affrontare il lavoro di Gaetano Ventriglia con uno sciabordio di citazioni e di rimandi che dal suo Shakespeare tracimasse nei dibattiti sul teatro contemporaneo, e senza dubbio i commenti che hanno cercato di interpretarlo in questo modo hanno colto aspetti condivisibili, soprattutto nella loro pars destruens... (Continua qui)

domenica 14 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 2

Giulio Cavalli sta in piedi (in senso letterale ma anche metaforico) per un’ora: e stare in piedi a parlare di ecologia, oggi significa affacciarsi quasi necessariamente dal palcoscenico di un teatro.
Non sfuggirà più a nessuno, infatti, che siamo arrivati al punto in cui, per parlare di quella che è forse la cosa più seria di cui si dovrebbe parlare ogni giorno nelle stanze dei bottoni, bisogna
andare quasi soltanto a teatro, e ad assistere allo spettacolo scritto da due artisti come Dario Fo e Franca Rame. Ed è altrettanto chiaro che la colpa è nostra. (Continua qui)

martedì 9 giugno 2009

NapoliTeatroFestivalItalia / 1

Ci sono molte poltrone, in un teatro, sulle quali ci si può sedere.
Da ognuna di esse si gode spesso di una diversa visuale, ancor più se in senso metaforico: c'è la poltrona dello spettatore che ha acquistato il biglietto e che ha un'aspettativa di un certo tipo, a sua volta scindibile in molti e diversi altri tipi di aspettative, anche secondo il biglietto acquistato, c'è quella dell'addetto ai lavori, che guarda con occhi partecipi dettagli che sfuggono ai più, e ci sono quelle sulle quali siede chi, come me, in questo fine settimana si è trovato seduto su alcune poltrone con un badge al collo con la scritta "Napoli Teatro Festival Italia - Press 09". (Continua qui)

domenica 24 maggio 2009

Leggetemi, è gratis.


Per fortuna provo ancora un senso di sconforto nel trovare di tanto in tanto il limite spostato sempre un po’ più in là.
Il limite è quello dell’indifferenza e della stupidità con la quale sembra che accogliamo alcune abiezioni del nostro tempo, e nel nostro tempo queste abiezioni sono quasi sempre frutto di un accurata programmazione, quasi sempre di marketing.
Beh, non riesco ad abituarmi.
E magari vale la pena di dirlo, perché il limite che da qualche anno è stato superato, è uno di quelli più insidiosi che sia venuto in mente a quei maledetti geni della comunicazione che siedono attorno ai loro brain-storming con un caffè che spero sia pessimo e vada loro di traverso, frutto magari anch’esso di una delle loro migliori trovate, quindi necessariamente una schifezza imbevibile.
Il limite questa volta, è quello del linguaggio.

domenica 26 aprile 2009

Ammassi di vita


49 diversi tipi di cavi.
Tanti ne ho contati, proprio ora, alle spalle di questo PC su cui sto scrivendo.
Alimentatori, cavi di rete, collegamenti con Hard Disk e quant’altro. Quarantanove.
Un po’ tanti, mi rendo conto, ma chissà se abbastanza da dimostrare qualcosa che mi è capitato a volte di pensare, ovvero che i cavi, ed in generale i fili, vivono di vita propria... (continua qui)

sabato 11 aprile 2009

Memorie vegetali


Nella trasmissione quotidiana di Radio 3 Fahrenheit - I libri e le idee, c’è una rubrica dal nome Caccia al Libro, che si occupa di trovare libri fuori catalogo [...]
Personalmente non so se riuscirei a regalare un libro, e ricordo per ognuno di loro che non sta più sui miei scaffali a chi è stato dato, perché e da quanto tempo. E lo rivorrei indietro.
Forse perciò sono in debito con la loro esistenza materiale, essendone un accumulatore senza speranza, uno che ha bisogno di tenerli davanti agli occhi e di toccarli di tanto in tanto, e qualcuno saprebbe ritrovarlo anche ad occhi chiusi.
Ed anche per questo mi piace pensare al loro senso materiale, al di là di quello che racchiudono le lettere e le parole contenute.
Umberto Eco in un suo prezioso volume li ha chiamati la memoria vegetale... (continua qui)

giovedì 19 marzo 2009

Repetita iuvant. E qualche volta pure munnezza iuvat...


In uno dei momenti in cui si cominciava ad avvertire che qualcosa non andava proprio, nella questione-rifiuti, ricordo che non era ancora l'estate del 2007, feci una riflessione che voleva essere un punto di vista concreto, non ironico nè disfattista, su un argomento che si prestava fin troppo a speculazioni di vario genere, quasi tutte inutili, se non perfino disutili.
Lo ripubblico sempre con la stessa convinzione, sotto lo sguardo, questo si, ironico, di un editto del 1748:
era L’avanguardia della munnezza, e lo trovate qui