lunedì 19 marzo 2012

Bukowski, s'il vous plaît

(pubblicato su www.teatro.org)

Maneggiare, masticare, spolpare e tratteggiare Charles Bukowski è molto meno facile di quanto si pensi.
Il rischio della banalità e della convenzione, si, proprio il contrario di quell'idea cui si andrà automaticamente al sentire pronunciare il nome dello Scrittore del sogno americano frantumato, è forte.

Raramente infatti si è andati oltre una sterile convenzione di scandaloso slancio anti-perbenista, e si è lasciato trapelare il bisogno ossessivo di affetto, e perché no, di tranquillità umana che si ergeva con una certa imponenza dietro quel trasparente plexiglass governato da disperazione e miseria, da certezze come sesso ed alcol, da orizzonti perversi e marginali abitati da prostitute, ladri, miserabili e falliti. Il poeta seduto a guardarsi, insomma, anziché quello di cui fare sfoggio di aforismi dopo una ricerca su Google, o con i segnalibri puntati sulle pagine di Storie di ordinaria follia.

Lo fa Alessandro Haber. Lo fa con una voce prestata al reading ed al canto, un canto rauco ed una interpretazione credibile, insieme con arrangiamenti che uniscono la sua voce con il sax di Luca Velotti ed il pianoforte di Marco Di Gennaro.
E lo fa incarnando poesie e scritti dell'arte di Bukowski in un ibrido contaminato (ma forse al termine di una ricerca fin troppo armoniosa) in cui parole, suoni e presenza dell'attore seguono una linea che viene disegnata con una tinta personale inevitabile, nella quale Haberbukowski non manca mai di trasmettere il suo piacere nelll'identificazione con l'orgogliosa marginalità. Come se si facesse un regalo.

A proposito, finalmente uno che fuma, che se ne accorge e che dall'alto del suo ruolo e della memoria di tempi non tanto lontani in cui nei locali il fumo avvolgeva la pinta di birra, dice al pubblico “ehi, beh, se qualcuno vuole fumare, sale qui, fa un personaggio che fuma, e...”. Detto da un non-fumatore quasi perfetto.
Nel programma non appare soltanto Bukowski, ma di certo è lui che la fa da padrone, sul cartellone, sul tempo quasi totale riservatogli, sulle scelte espressive e sulla presa che ha sulla platea, partendo da Una tapparella abbassata e passando per Ragazze pulite e tranquille in abito di percalle, Donna che dorme, Confessione, Una poesia è una città e molte altre.
Saltiamo ad un iperclassico come Ode alla vita di Pablo Neruda, facciamo due passi con Luigi Tenco (Vedrai vedrai e Mi sono innamorato di te), e lasciamo l'ultima firma al bis di Paolo Conte. Insieme a te non ci sto più.

Ti sei compiaciuto, Haber, si sentiva; ma questa scelta di essere così presente e dentro l'operazione si può accettare con compiacimento equivalente, e con un viscerale amore per il disordine del mondo e per questo ricordo di un viaggio ostinatamente perseguito, alla ricerca di una felicità. Una qualunque.










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